Del terrore di non agire. La malattia della modernità è il volontarismo, se mai il mondo le sopravviverà, e non è scontato, verrà il giorno in cui di tutta questa frenesia non rimarrà più nulla e finalmente l'uomo si godrà in santa pace la sua impotenza dandosi una calmata: un'utopia. I lotofagi non avevano nostos, non accennavano a uccidere né ad aggredire gli stranieri, una cosa tremenda. Ulisse fugge a gambe levate legando i suoi uomini alla nave, il non desiderare di tornare, il non affrontare più il mare, è una cosa mostruosa. L'uomo, per essere uomo, deve darsi alle tribolazioni, deve adempiere ai suoi doveri. Deve sfracellarsi dalle rupi, essere divorato dai ciclopi, deve compiere il suo destino. Compiuta la vendetta, quasi rassegnato, come di chi sa che a un'azione deve corrispondere sempre la reazione, Ulisse si prepara ad affrontare la controvendetta dei proci, il saggio Aliterse tenta di opporsi: "non muoviamoci, non attiriamoci addosso sciagure!", ma il dovere chiama. Solo il fulmine di Zeus, per intercessione di Atena, pone fine al conflitto. Morale: solo un Dio ci può salvare dal terrore di non agire, ma solo sotto minaccia di un terrore equivalente.
Ora aspetto con curiosità la morale di un altro Ulisse: quello di Joyce.
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