La via di Kierkegaard è una via travagliata ma allo stesso anche risoluta. Dice Kierkegaard: la verità originaria è la singola individualità, ogni altro modo di concepire l'uomo - popolo, cittadino, famiglia, stato, chiesa, ecc. - è falsità, corruzione del vero. Nell'intima decisione di scegliere Dio, fuori da ciò che è detto dal mondo e dal chiacchiericcio della folla, c'è l'unica salvezza. E Dio si sceglie non perché rappresenti il porto sicuro, al contrario, la scelta di Dio è salto nell'ignoto. Uno scandalo, per la ragione. Kierkegaard è il Nietzsche cristiano, forse meno strepitante dell'originale ma ugualmente categorico: aut-aut. Dove Nietzsche sceglieva il fracasso della vita, la pura volontà di volontà fine a se stessa, Kierkegaard sceglie il mistero insondabile di Dio. E d'altronde cosa si potrebbe imputare a Kierkegaard, la sua malinconia? Come a Leopardi e a Schopenhauer ai quali si imputava il pessimismo come una colpa: non hanno ragione perché sono tristi. Sarebbe come a dire che l'allegria è invece prova di esattezza ("la felicità è il sentimento del potere che cresce", diceva Nietzsche che suggeriva di credere agli istinti: vai sicuro, fidati). Se si parte dal presupposto che siamo liberi di scegliere allora vale tutto, una volontà vale l'altra.
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