Di pari passo con la scoperta che l'ingegno umano, opportunamente diretto dalla scienza, può garantire un minimo di salvezza sul piano del qui e ora, si sono fatti avanti i cultori del disimpegno metafisico: concentriamo i nostri sforzi nell'utile di questo mondo, il solo che ci preme, dunque il solo esistente. È tutta una corsa del pensiero moderno e poi di quello contemporaneo ad aprire lo spazio all'azione della scienza, abbattendo tutti gli ostacoli metafisici - Dio, leggi morali, principi immutabili - che si frappongono tra l'uomo e la sua volontà di addomesticare il mondo. Anche il rimedio della scienza ha una base metafisica, ma non se ne avvede: la fede che le cose del mondo siano disponibili all'azione concreta della volontà. Finché la potenza non era nella sua disponibilità effettiva, l'uomo ha proiettato le sue aspirazioni di potenza nel dio metafisico, quando invece ha visto accrescere il suo potere sul piano concreto della realtà ha abbandonato gli dei al loro destino. Dio sopravvive negli spazi lasciati ancora liberi dall'impotenza umana, ma è un'impotenza solo temporanea. Abbiamo tuttavia davanti sempre la morte e nel mondo senza speranza che ci siamo creati ci sentiamo sempre più gettati, provvisori, occasionali, fagocitati dalla noncurante vicenda del mondo. Tentare di comprendere quale sia il vero significato della realtà è diventata un'occupazione da perdigiorno e quel po' di angoscia che ci assale una malattia da confessarsi al presbitero della chiesa psicanalitica o da curarsi con la medicina moderna. Il paradiso della modernità è un gabbia senza via di uscita, in attesa del miracoloso ritrovato della tecnica che ci renda definitivamente immortali su questa terra. Vasto il programma, vana la fatica.
[primo capitoletto del mio piccolo trattato filosofico che troverete via via linkato nella colonnina a destra sopra l'archivio del blog. Grazie per la cortese attenzione]