martedì 19 maggio 2026

Kierkegaard, nietzschiano inopportuno

Curioso personaggio Kierkegaard, che scelse Dio ma con senso di colpa perché la moderna società dei lumi gli trasmetteva l'intima convinzione che Dio era un assurdo logico, così come quei teologi del novecento che si lamentavano della modernità e poi si lasciavano restringere l'idea di Dio dalla fede contraria nella verità atea e razionalista. Credeva così tanto nel libero arbitrio che ci si era ammalato, un lungo rimorso di coscienza per non aver sposato la donna della sua vita, schiacciato dal peso delle possibilità cancellate da quella scelta, non avvedendosi del fatto che se le possibilità sono soltanto delle ipotesi, di fatto le possibilità non esistono mai in atto. Ben prima di Nietzsche, una generazione prima, aveva cominciato a far morire Dio, a scardinare l'alleanza tra Dio e la società borghese: Dio è solo nel rapporto tra il singolo e l'assoluto, la società è la corruzione dell'uomo. Pensava di ritrovare Dio in purezza ponendolo come totalmente altro nel segreto del proprio io e di ridare dignità alla fede pensandola come rischio e salto nel buio. Anche Nietzsche intenderà la vita come rischio e salto senza rete, ma in un vitalismo senza Dio. Entrambi irrazionalisti, entrambi come soluzioni di ultima istanza: non c'è altro che Dio, dice Kierkegaard, non c'è altro che la vita, dice Nietzsche. Kierkegaard: "Noi uomini abbiamo sempre bisogno degli “altri”, del gregge; noi moriamo, ci disperiamo se non siamo rassicurati dal fatto di essere nel gregge, di essere dello stesso parere del gregge". L'odio di Kierkegaard per la Chiesa di Danimarca era solo un pelo più urbano dell'odio di Nietzsche per il cristianesimo, ma sulla cristianità di facciata che indossa il vestito buono della domenica avrebbero condiviso la medesima opinione. 

"Fu il critico danese Georg Brandes a spingere Nietzsche a leggere Kierkegaard. Dalla corrispondenza e dalle annotazioni, sembra che Nietzsche apprezzasse la sua psicologia ma considerasse la sua "fede" un limite e una forma di debolezza. [...] lo considerava un "cristiano inopportuno" e una figura affine per la critica al conformismo religioso."

[➝ Søren Kierkegaard in compendio]

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