Prendiamo Wittgenstein (dopo Heidegger il continentale, Wittgenstein l'analitico), una di quelle menti, oggi diremmo nello spettro autistico, che di tanto in tanto si mettono in testa di ridurre il mondo a un'operazione logico-matematica, una monomania che ha dato il la all'informatica (la tecnica, come l'arte, è una sorta di lavaggio del materiale psichico sporco, prende le monomanie e le traduce in grandi progressi umani). Il Wittgenstein del Tractatus ribalta in un certo senso la famosa frase di Nietzsche: non esistono interpretazioni, solo fatti. Il linguaggio rappresenta il mondo (i fatti) attraverso una struttura logica comune. Le proposizioni sono immagini dei fatti, riproducono la struttura logica della realtà. Wittgenstein mira alla chiarificazione logica del pensiero, mira a liberare la filosofia dai falsi problemi causati dall'uso scorretto del linguaggio. L'unica forma di linguaggio dotata di senso è quella propria delle scienze dure. Esiste dunque un limite del dicibile: di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. Ciò che non è un fatto (valori etici, estetici, metafisici, in definitiva l'oggetto delle scienze morbide) non può essere espresso in proposizioni sensate (addio Heidegger!). Heidegger avrebbe detto: la cosa calcolante. Poi anche Wittgenstein diventa meno duro e si fa più morbido, è il Wittgenstein del secondo periodo, quello delle Ricerche Filosofiche, che riconosce l'impossibilità di ridurre la complessità e l'ambiguità del linguaggio in una singola struttura logica ideale. Aveva il problema di definire il rosso usando solo formule e operatori. In questo Wittgenstein il neopositivista è agli antipodi della fenomenologia di Husserl, dove il rosso in quanto Erlebnis, esperienza vivida, è invece l'aspetto originario, più originario delle formule che servono a descriverlo. Eppure quell'idea della "cosa mondo", come dicevamo, è diventata tecnica informatica, dunque alla fine tutto si tiene, i fatti del mondo includono le proposizioni sensate ma anche quelle insensate, ma sarebbe stato veramente troppo per Wittgenstein dire alla Derrida che l'essenziale si trovava invece negli spazi vuoti del testo, a tutto c'è un limite.
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