venerdì 3 aprile 2026

In quel supermercato, ci ho fatto spesa per vent'anni, i prodotti si ricreavano ex nihilo per intervento notturno di una divinità rigeneratrice, la dea Ipercoopa, che ad ogni canto del gallo riforniva magicamente gli scaffali di crackers e di pangocciole di stelle. I carelli erano a sinistra appena entrati, di fianco al banco della frutta tagliata a dadini: macedonie di lamponi, chicchi di lici, brunoise di avocado vendute un'euro all'oncia, una gioielleria. Per prima si sbrigava la pratica della verdura: tra cassette di legno di plastica e pagliericci di stelle filanti, i carciofi disseccati, i cespi di rape senza cime, le zucchine smorte, ogni tanto un frutto di stagione, inodore, insapore, i kiwi duri come sassi, le mele e le banane, quindi la parete del miglio, dei cereali e delle granaglie. Svoltato l'angolo, gettati i guantini della frutta, il reparto del pane, cassettiere piene di ciabattine e di mafaldine, baguette riscaldate avvolte nella carta, un trapestio di farina per terra, i guantini del pane che rimanevano incollati alle dita per effetto elettrostatico. Quindi il banco dei formaggi, dell'asiago e del latteria, tra gli scaffali degli affettati e il bancone della gastronomia dove ci facevamo affettare sul momento un etto di prosiutto in offerta. Poi il paretino del sale fino e grosso e degli aromi, accanto al banco del pesce, dove un occhialuto inserviente campano in grembiule bianco per novecento euro al mese metteva in fila branzini e canocchie sopra letti di ghiaccio e limone. Di fronte al banco gli espositori refrigerati dei latticini freschi, di fronte ai latticini gli scaffali del tè e delle camomille. Dall'altra parte la pasta e le scatolette, indi i biscotti e le marmellate. Dopo i biscotti, se ricordo bene, il bancone della carne che dava sulla macelleria, ma questo perpendicolare agli scaffali delle marmellate. Poi, finalmente, gli scaffali delle cose che non si mangiavano: shampi, dentifrici, spazzolini, e poi tutta la sequela delle carte igieniche, degli sgrassatori e compagnia bella. Dopo i prodotti per la casa riprendevano le cose da mangiare: il banco dei dolci, delle cioccolate e delle caramelle, di fronte alle caramelle i vini, poi, proseguendo dritti alla fine del giro, per arrivare alle casse, le patatine fritte, i succhi di frutta, i surgelati a muro, i gelati, le bibite. Ed ecco ritornarti alla fine del girone davanti alle casse: qui l'appuntamento imprescindibile con le caramelline alla frutta e al latte, per passarci il tempo mentre lavoravo, senza zucchero. Dietro alle casse, in casseforti chiuse a chiave a guardate a vista, le vetrinette dei liquori costosi e dello zafferano, che era diventato merce pregiata, fatta oggetto di furto come i cavi di rame. Se possibile inforcavo la cassa con le mie cassiere preferite: una signora che mi ricordava mia zia di Scalea, gentile come una mamma, una donna sudamericana molto cortese. Rapinato di una sessantina di euro ritornavo all'aria aperta sistemando le buste della spesa. Manca, anche se era solo un supermercato. 

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