Heidegger come prodotto par excellence del novecento, con la sua fissa per la temporalità dell'essere, l'essere che non doveva essere, che non doveva essere qualcosa, che non doveva essere presenza, ma per l'appunto a-senza, non-cosa, non-presenza, e via di trattini. Ne ha imbambolati tanti l'Heidegger, che ha impestato tutti gli ambienti accademici continentali. Partiva dalla fenomenologia di Husserl, tenendo per buona la regola che l'essere si esaurisce tutto nel fenomeno, cioè in quel che si manifesta per come si manifesta. Per capire la fenomenologia bisogna fare dei passi indietro: passi indietro rispetto alla presunzione di sapere che cosa sono i fenomeni, i fenomeni sono eventi che accadono, non sono atomi, non sono cose, sono solo quello che ci viene incontro per come ci viene incontro: dici mela e pensi a un oggetto, sbagli, la mela è il sapore che senti, il profumo che annusi, il colore che vedi, una sensazione, un evento che accade, come l'essere. Ecco allora, la genialata di Heidegger: l'essere è proprio questi fenomeni, temporali, transitori. La metafisica è tutta da buttare, la metafisica voleva l'essere come presenza, invece Heidegger ci dice che è assenza, anzi differenza rispetto agli enti: voilà la differenza ontologica. Da questa idea di essere non più forte, non più presente, è nato per gemmazione il pensiero debole che tanto lustro ha portato alla buonanima di Vattimo. Heidegger andava un po' alla cieca, una volta deciso che doveva essere così, arrancava di conseguenza, però aveva un grande seguito, così ci prese confidenza. Poi c'è quell'ente particolare che è l'uomo, Dasein, esser-ci, e qui apriti cielo, apriti il cielo degli svolazzi pindarici: l'esistenza dell'uomo è ex-sistere, cioè portarsi continuamente oltre la pura possibilità (l'uomo dev'essere anche lui un evento effimero, tutto proiettato verso la possibilità, ma anche verso la morte), l’uomo è gettato nel mondo (gettatezza, Geworfenheit, Essere e Tempo), cioè gettato nel mondo in un contesto storico, geografico e sociale che lo precede e lo condiziona. Essere-gettato: Non siamo noi i padroni delle nostre origini; esistiamo come "fatti" che devono prendersi carico della propria esistenza (esistenza autentica: esistenza che medita con angoscia sulla condizione temporale dell'essere, essere per la morte). L'essere in tutto questo cos'è? Abbiamo detto che non è ente (il perché non si capisce, ma Heidegger la pensa così, è il suo tema centrale e se lo coccola), allora l'essere se non è l'ente è il non-ente, è il nulla che nulleggiando (das Nichts nichtet, Che cos’è la metafisica?) lascia che l'ente venga illuminato (prendetela così, non ci sono ulteriori spiegazioni). In tutto questo si innesca la polemica di Heidegger verso la tecnica, che è colpevole, secondo Heidegger, di ridurre tutto, inclusa la natura e l'uomo stesso, a (s-)fondo (Bestand), risorsa disponibile, provocando l'oblio dell'essere. La tecnica impone una visione del mondo come dominio, trasformando il disvelamento del mondo in impianto-imposizione calcolante (Gestell).
Non avete capito? Heidegger non va capito, va preso come un fenomeno, una manifestazione che partendo dal presupposto dell'essere come temporalità dispiega tutte le sue possibilità nel tentativo di venirne a capo. Il neopositivista Carnap considerava le affermazioni di Heidegger come non descriventi tanto un mondo quanto un "sentimento della vita" (Lebensgefühl), simile alla poesia o alla musica, da non confondersi con la conoscenza filosofica o scientifica.
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