In una prima fase (quella del Tractatus) Wittgenstein ritenne che solo le affermazioni che descrivevano stati di cose empiricamente verificabili avessero un senso. Questo non significava che tutte le proposizioni della metafisica fossero insensate (Unsinnig), cioè che violassero la logica, ma che erano prive di senso (Sinnlos), cioè che fossero corrette logicamente ma che non descrivessero fatti. È questo il principio di verificazione: un enunciato è sensato se si possono determinare le circostanze empiriche che lo rendono vero o falso.
In un secondo momento (Ricerche Filosofiche) Wittgenstein abbandonò l'idea che il significato fosse legato alla sola verificazione empirica riconoscendo che il linguaggio non funzionava come figura speculare della realtà empirica, non esisteva cioè un rigido isomorfismo tra linguaggio e realtà. Smise di considerare la metafisica come semplice non-senso assoluto: la verificabilità è solo uno dei tanti modi di utilizzare il linguaggio, non l'unico criterio di senso. La sua ricerca si spostò dunque sulle regole d'uso del linguaggio nel contesto sociale (teoria dei giochi linguistici).
Altre critiche che si levarono contro il principio di verificazione si mossero sull'auto-contraddizione logica del principio stesso: il principio di verificazione non è verificabile empiricamente, se applicato a se stesso, il principio di verificazione sarebbe considerato come privo di senso (il principio infatti non è in sé un fatto empirico).
A quanto pare, non si può dire che la metafisica sia completamente priva di senso, se ne può parlare, se non altro per tentare di accantonarla definitivamente (ma la metafisica, come la gramigna, rispunta inesorabile).
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