Kant aveva un problema, aveva distrutto la metafisica quindi non poteva fondare la morale sul timor di Dio o sulla paura dell'inferno, così decise di fondare la morale su se stessa: arduo compito. Siccome noi nel momento stesso in cui percepiamo il mondo lo cambiamo, rimodellandolo attraverso gli schemi a priori della sensibilità ("il cielo stellato sopra di me..."), allora il mondo al di là dei nostri sensi è totalmente chiuso alla conoscenza, è un mondo in sé che non possiamo mai sperimentare. E allora su cosa possiamo fondare la morale? La morale è dentro di noi ("...la legge morale in me") e si fonda su se stessa, è il puro dovere per il dovere. L'imperativo categorico è quella forma di morale che non ha altro fine se non se stessa. Kant distingue tra azione legale e azione morale: è legale pagare le tasse per ottenere in cambio dei vantaggi, ma non è morale; è legale non mentire sotto giuramento per paura delle conseguenze, ma non è morale, morale è dire la verità al di là di quel che può costare. Fin qui tutto bene, sembra che funzioni: l'imperativo categorico è una forma di buon senso universale. Senonché qualche filosofo più smaliziato di Kant fece fin da subito notare che questo imperativo del dovere per il dovere potrebbe benissimo essere una maschera che nasconde una qualche forma di tornaconto, un tornaconto introiettato in forma di morale la cui genealogia è meno cristallina di quel che si vorrebbe intendere (si vedano a tal proposito Nietzsche e Schopenhauer). Conclusione: il progetto di Kant di fondare la morale su se stessa assomiglia tanto a quei famosi cento talleri che non esistevano per il solo fatto di pensarli, una speranza, più che una realtà.
Nessun commento:
Posta un commento