Da dove viene la destra? Viene dall'impossibilità della sinistra di dare risposte semplici alle paure della gente, la paura c'è, è un dato di fatto, non è uno sbaglio della ragione. Continua invece la sinistra a pretendere dalla gente che capisca, come si trattasse di correggere un errore dell'intelletto, è una sinistra socratica, nel senso dell'intellettualismo etico (unica causa possibile del male l'ignoranza del bene): tutti sono buoni in potenza, anche i cattivi, solo che non studiano abbastanza, che se studiassero abbastanza si renderebbero conto dei propri abbagli e la conoscenza, come una forza irresistibile, li guarirebbe dall'errore facendoli diventare giusti. Senonché la qualità degli argomenti intellettuali della sinistra è attualmente così modesta che, anche potendo e ammesso che possa, non riesce a scalfire di un millimetro la paura, la cui intensità ha ormai raggiunto livelli di amperaggio ingestibili dalla ragione.
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sabato 11 maggio 2019
mercoledì 20 febbraio 2019
La verità sull’esistenza
Secondo una nota corrente di pensiero la verità sull’esistenza è che fa schifo solo che l’abitudine a viverci dentro ce lo ha fatto dimenticare. Altrimenti perché mai il neonato appena scodellato si metterebbe a piangere? Qui fa freddo, c’è la fame, la cacca, la sete, la piscia, c’è il male, c’è la malattia, insomma, uno schifo totale. Solo che per assuefazione ci si fa il callo e dopo un po’ ti prende pure una certa allegria. Ingiustificata. Una volta che comprendi che la vita, anche nelle cotture più alte della gioia, è profondo schifo e sofferenza avrai raggiunto il tuo personale nirvāṇa, che non sarà né un qualcosa di simile alla gioia né tanto meno alla sofferenza, sarà solo qualcosa di simile alla pace sostenuta dal distacco, dalla distanza.
martedì 19 febbraio 2019
Appunti su "Il mondo"
(Per rilassarmi e impegnare il mio tempo nobilmente continuo nei miei studi schopenhaueriani, dopo la Quadruplice radice sto leggendo Il mondo e prendo appunti)
Il mondo come volontà e rappresentazione. Libro I
Il mondo come volontà e rappresentazione. Libro I
- Il mondo è rappresentazione, esiste cioè sempre e solo in relazione al soggetto che se lo rappresenta. Un mondo che esistesse in sé, indipendentemente dal soggetto, è una contraddizione, in quanto il mondo appare nella sua determinata forma proprio in ragione del modo in cui viene intuito dal soggetto.
- Spazio, tempo e causalità non sono proprietà di una realtà in sé che agisce sul soggetto dall'esterno, rappresentano invece i presupposti stessi di ogni esperienza possibile e immaginabile, l'a priori, cioè il precedere ogni esperienza, l'esserne la condizione ("L'intero mondo degli oggetti è e rimane rappresentazione [...] detto altrimenti, esso possiede una idealità trascendentale").
- Non si danno oggetti senza soggetti, e viceversa, gli uni presuppongono gli altri. Se vi fossero solo oggetti senza soggetti non vi sarebbe nessuno a percepirli nella loro particolare forma (ogni oggetto esiste in un determinato modo proprio perché è percepito dal soggetto in quel determinato modo), al contrario, l'esistenza del soggetto presuppone implicitamente la presenza degli oggetti, mediati o immediati che siano (oggetti mediati sono le cose, oggetti immediati i nostri propri corpi). Viene superata la disputa sull'esistenza della realtà esterna.
- "Non si conosce mai l'essere, ma sempre solo l'agire degli oggetti". La materia è azione degli oggetti sugli altri, la sua intima essenza si esprime in quell'agire (mia osservazione: "Energia" è ciò che agisce, che ha capacità di agire; osservazione di Schopenhauer: Wirklichkeit che significa "effettivamente reale" ha la stessa radice di Wirken che vuol dire "agire"). La materia si identifica con il principio di causalità, il quale costituisce assieme a spazio e tempo la forma a priori della manifestazione empirica del mondo.
- "Solo la coscienza è data immediatamente, perciò il fondamento della filosofia è limitato ai fatti della coscienza: ossia essa è essenzialmente idealistica".
lunedì 18 febbraio 2019
Ὕπνος (Hypnos)
Nella mitologia greca, Hypnos e Thanatos sono fratelli gemelli. Il primo è il sonno, e regge nelle mani fiori di papavero, il secondo è la morte. Entrambi sono figli di Nyx, la notte. Nel mitico Bardo Thodol, il libro tibetano dei morti, assai apprezzato da quel mistico in camice bianco di Carl Gustav Jung, si descrivono le peregrinazioni della cosiddetta “anima” dopo la morte: il defunto viene assalito da visioni di orrende creature demoniache, catastrofi spaventevoli, piogge torrenziali, diluvi universali che sono le proiezioni della corrente onirica che ci tiene legati al ciclo della vita e della morte, questa corrente è il bardo. Se il defunto comprende che queste sono solo proiezioni oniriche della coscienza prive di consistenza reale allora si libera, più non lo comprende e più viene trascinato in basso dagli incubi fino al livello più inferiore del bardo, l’esistenza “reincarnata” in cui ci ritroviamo, condannati, a vivere. La vita è un sogno (o un incubo) da cui ci si può risvegliare.
(Io, addirittura, per via occidentale sono diventato più orientale degli orientali, essendo che non comprendo bene perché l’Essere, per i buddhisti, debba essere il “vuoto”, il “niente”, per me l’Essere è “l’impossibilitato a non essere”, per via del fatto che il vuoto, il niente, per sua stessa definizione non esiste, non può essere, è un flatus vocis, un nome, un suono che esce dalla bocca e che indica la condizione impossibile della non-esistenza).
domenica 10 febbraio 2019
L'inganno del libero arbitrio
Alberto Einstein: ”Sinceramente, non capisco che cosa intendano le persone quando parlando della libertà del volere. Provo un sentimento, per esempio, di volere questo o quest’altro; ma che relazione abbia con la libertà non riesco affatto a capirlo. Sento che voglio accendere la pipa e lo faccio; ma come posso collegarlo all’idea di libertà? Che cosa c’è dietro l’atto del volere accendere la pipa? Un altro atto di volontà? Schopenahuer una volta disse… l’uomo può fare ciò che vuole ma non può volere ciò che vuole.” (”Der Mensch kann was er will; er kann aber nicht wollen was er will”).
Non riesco a comandare il mio essere, dice lo scontento, vorrei mettermi l’anima in pace ma non mi rassegno mai completamente.
Qui si commette l’errore di pensare che l’atto di volontà parta da noi, creato sul momento come si crea una statuetta da un pezzo di legno, ma l’impulso del volere parte per conto suo, quando pensiamo “io voglio” il volere ha già bussato alla porta.
Certo, costruiamo ponti che scendono nell’acqua e deviamo il corso dei fiumi, volere è potere (homo faber), ma è un ingannarci, un consolarci nella speranza di essere padroni del nostro destino. Siamo invece agiti da forze che ci comandano, la libertà è un sogno e noi sogniamo di essere liberi.
lunedì 4 febbraio 2019
Il fondamento della morale
"Predicare la morale è facile, motivarla è difficile". Questo lo Schopenhauer, Della Volontà nella Natura. La citazione in esergo a Il fondamento della morale, trattazione scritta dal nostro per rispondere a un concorso indetto dalla Reale Società di Danimarca, rispedita al mittente con disonore per via "delle gravi offese recate a parecchi grandissimi filosofi degli ultimi tempi", vale a dire Hegel (e chi sennò?), Fichte e Schelling. Ma anche la ragione pratica di Kant viene liquidata come un sofisma, quando non addirittura come una puttanata colossale, proprio perché colpevole di essere una petitio principii, di pretendere di dimostrare nella conclusione ciò che era già stato illegittimamente assunto come premessa, una "bolla di sapone a priori". Il vero fondamento della morale, l'unico, tutt'altro che razionale, è per Schopenhauer il sentimento della compassione, l'immediata partecipazione alla sofferenza di un altro. Ma appunto è un moto misterioso, stupefacente, il vero mistero dell'etica, dice. E' un moto estemporaneo, che secondo il carattere di ciascuno viene naturale e spontaneo oppure ha bisogno di essere esercitato, come una ginnastica, quando non addirittura prima concepito, con l'intelletto. Schopenhauer rade così al suolo un millennio di etica, che ancora oggi non si vede come la si possa riedificare, semplicemente non si può (più), una volta spogliata l'etica delle pretese teologiche, metafisiche e razionaliste rivestirla per pudicizia è diventato impossibile.
giovedì 24 gennaio 2019
Spinoza e il suo fondamento
Anche per Spinoza il solo pensare l'Ente perfettissimo implica necessariamente la sua reale esistenza. Per cui la Sostanza, l'Ente perfettissimo che Spinoza identifica con Dio, è ciò che è causa di sé stessa a motivo della sua stessa natura, vale a dire che esiste per causa propria e non per un'ulteriore causa esterna.
E' noto che il Dio di Spinoza non è il Dio della tradizione religiosa bensì il principio da cui scaturiscono necessariamente tutte le cose, un ente privo di intenzioni, che produce il mondo come le proprietà di un triangolo scaturiscono dall'essenza della figura geometrica.
E' noto che il Dio di Spinoza non è il Dio della tradizione religiosa bensì il principio da cui scaturiscono necessariamente tutte le cose, un ente privo di intenzioni, che produce il mondo come le proprietà di un triangolo scaturiscono dall'essenza della figura geometrica.
Riguardo l'argomento ontologico, sempre in bilico fra tautologia e definizione auto-dimostrante, occorre invece dire che è probabilmente l'oggetto del contendere che genera avversione, quel Dio che si vorrebbe assolutamente dimostrato come esistente partendo dalla sua stessa definizione, cosa che finisce per introdurre in una questione prettamente logica valutazioni di carattere politico (perché Dio è sempre politico), con tutte le implicazioni del caso.
mercoledì 23 gennaio 2019
L'argomento ontologico
L'argomento ontologico è uno dei passaggi più sottili di tutta la filosofia occidentale: posto che esista l'Ente perfettissimo allora la sua perfezione racchiude in sé anche il carattere dell'esistenza effettiva. In altre parole, basta pensare Dio in astratto per renderlo esistente anche in concreto.
Senonché cos'è questa esistenza concreta di Dio che il fedele vorrebbe dimostrare? La concretezza di Dio nel mondo non si mostra agli occhi del non credente, per cui da capo, Dio è quell'ente la cui esistenza va creduta prima ancora che dimostrata.
(L'ateo può stare tranquillo, la sua posizione è salva).
martedì 8 gennaio 2019
Libero arbitrio vol. 1
Premetto che io non credo nel libero arbitrio però la libertà mi piace pensarla e che mi piaccia pensarla dimostra proprio che non posso decidere altrimenti.
La libertà non è un’invenzione moderna, la libertà c’era anche ai tempi dell’Inquisizione. Nel medioevo cristiano la libertà di scegliere fra il bene e il male era il presupposto indispensabile per guadagnarsi la vita eterna, la responsabilità di fronte a Dio era individuale. Senonché il concetto entrava in contraddizione con quello di onnipotenza divina: se Dio è onnipotente non può essere limitato nel suo giudizio da quello delle sue creature mortali che agendo nel bene si guadagnano da sé la salvezza limitando di fatto l’onnipotenza del loro Creatore. Lascia stare che per ribattere i teologi rispondevano che Dio aveva scelto deliberatamente di donare il libero arbitrio alle sue creature, così da metterle deliberatamente in un mare di guai, la cosa era talmente poco convincente che i protestanti pensarono altrimenti: Dio, nella sua infinita onnipotenza e onniscienza, ha già deciso da sempre chi salvare e chi condannare, ognuno di noi è già predestinato dalla nascita.
Tuttavia un ulteriore problema limitava di fatto l’onnipotenza di Dio, l’esistenza del suo principale rivale: il Demonio. Il Demonio agisce nel mondo per rovinare i piani di Nostro Signore, il mondo diventa allora un agone di battaglia, e se esiste un potere in grado di contrastare anche solo temporaneamente quello dell’avversario, allora l’onnipotenza di Dio viene di fatto contraddetta e a voglia di riconquistare la fiducia in un potere che da onnipotente si riduce ad essere incerto.
Come vedete, dal libero arbitrio discendono solo grattacapi, ex falso quodlibet, da una premessa falsa seguono contraddizioni a piacere, per non dire proprio a valanga.
Che poi noi atei moderni con la nostra scienza che va a ricreare in concreto quella potenza divina un tempo solamente sognata ci sentiamo veramente liberi e padroni del nostro destino è un’altra povera chimera che costituirà l’oggetto della prossima puntata.
Arrivederci e grazie.
domenica 6 gennaio 2019
Il nulla non è
Se il nulla non è allora nemmeno il nulla di questo particolare momento potrà mai realizzarsi nella realtà, perché il nulla è niente, il nulla come significato indica il totalmente non essente. E' una lettura sbagliata quella che pensa che le forme momentaneamente presenti nella realtà cadano nel nulla, che si disgreghino in atomi e si riaggreghino in altre forme, nemmeno le forme provvisorie possono annullarsi in quanto forme. Il divenire delle cose, il loro mutare, va letto non come diventare niente e uscire dal niente ma come apparire e scomparire di un eterno che tuttavia non è l'eterno della tradizione filosofica e teologica, l'eterno in questione è il destino necessario dell'essente impossibilitato a divenire niente. Il paradigma atomico, di conseguenza, è solo uno dei molto modi di interpretare l'accadere dei fenomeni, il più congeniale al momento ma in continuo divenire, come dimostra la storia stessa dell'atomo dal suo primo modello deterministico a quello odierno probabilistico.
Mi concederete almeno che è scritto bene.
sabato 22 dicembre 2018
Emerge from nothing (?)
Allora, mi sono messo a leggere Legge e Caso di Severino, come sempre illuminante. Il problema trattato, che interesserà a pochi, è di quelli che solleticano il mio interesse: se le cose emergono dal nulla, come del resto sostiene la fisica (creare materia e antimateria dal nulla, Le Scienze; fluttuazione quantistica), allora si pone il problema di come una Legge, in questo caso della fisica, possa prevedere e dominare il comportamento di un qualcosa che, provenendo dal nulla, è completamente slegato da ogni principio e da ogni ipotesi di legislazione deterministica o anche solo probabilistica (il Caso, appunto).
“Ciò che esce dal niente incomincia in modo assoluto, non ha tendenze, vocazioni, inclinazioni, propensioni, non ha scopi, non è sottoposto a regole, leggi, principi. Dietro di sé non ha nulla, il suo affacciarsi all’esistenza non è affidato a nulla, non ha scopi, non ha ragioni. Il niente è niente e non può esserci una ragione che spinga il niente in una direzione piuttosto che in un’altra. Proprio perché è stato niente tutto ciò che nel divenire incomincia a essere è puro caso”. (Legge e Caso)
In altre parole se le cose emergessero veramente dal niente non si spiegherebbe quella certa regolarità del loro accadere che sono le leggi della natura: ma esisterà davvero, poi, questo niente, questa minaccia assoluta del divenire niente, questo nostro essere precari abitatori del tempo che nascono e poi svaniscono per sempre nel nulla da dove erano usciti?
Qui c’è in ballo anche la nevrosi fondamentale di noi moderni che ci sentiamo in dovere di vivere tutto e subito e senza possibilità di appello perché destinati a una morte accidentale e definitiva. Ne riparleremo.
(qui non c’entra Dio, il quale non è che una forma di dominio sognato sopra il caso che irrompe minaccioso dal nulla).
sabato 8 dicembre 2018
Tichismo
Secondo il grande filosofo americano Charles Sanders Peirce nel mondo non esiste alcuna necessità e tutto è frutto del caso, una condizione che definisce con il termine “tichismo”.
La dea Tyche era la dea delle fortune terrene, degli uomini come delle città, quella con la cornucopia (Fortuna per i romani). Grosso modo l’altra faccia di Ananke, che era la dea della necessità. E però il caso, una volta accaduto (ci informano i linguisti che tyche ha nella sua radice il verbo “accadere”) risulta comunque un destino, il destino non prestabilito in precedenza ma somministrato arbitrariamente sul momento.
Inutile dire che a ben pensare questo caso, di cui noi contemporanei siamo più o meno tutti convinti, di fatto non si può dimostrare come evidente dalla semplice osservazione delle cose che accadono, quando una cosa accade lo fa per come accade, che sarebbe potuta accadere diversamente è un’ipotesi che nel concreto non è mai verificabile.
domenica 2 dicembre 2018
Hegel, l'essenziale
Qualcosa di Hegel lo avevo pur capito ma volevo più che altro capire perché costituisca ancora oggi un totem soprattutto per molti filosofi della storia e potenziali teorici della rivoluzione (e della reazione).
L’idealismo tedesco. Per l’idealismo tedesco, si sa (o si dovrebbe sapere), nulla rimane al di fuori della coscienza che pensa il mondo, l’Assoluto di cui parla l’idealismo è “concretamente” costituito da tutto il pensabile e da l’intero cosciente, posto che la realtà coincida con la coscienza della realtà. Per noi contemporanei questo concetto non è scontato: noi pensiamo kantianamente che esista una realtà in sé che sopravvive alla coscienza delle cose e che addirittura la produce: la “cosa in sé”. Senonché l’idealismo nota che ogni tentativo di pensare una “cosa in sé” rientra fatalmente nell’attività stessa della coscienza, l’idealismo dunque elimina quella che pensa come una contraddizione: il nous, la mente, la coscienza è la “sostanza” originaria di cui facciamo diretta esperienza nel nostro essere, nel nostro pensiero.
“Nihil est in sensu, quod prius non fuerit in intellectu [non vi è niente nell’esperienza dei sensi che non sia già stato nell’intelletto], nel significato generale che il noús [mente], o, intendendolo piú profondamente, lo spirito, è la causa del mondo,”
(F. W. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio)
Il vero è l’intero. Su questa base gnoseologica si inserisce il pensiero peculiare di Hegel: la verità non è un semplice indicare una corrispondenza con la realtà effettiva delle cose, la verità si disvela nella totalità del processo che conduce alla verità, cosi che l’Assoluto di Hegel non è che l’esito (”Resultat”) di tutto il processo che conduce alla verità.
“Il vero è l'intero. Ma l'intero è soltanto l'essenza che si completa mediante il suo sviluppo. Dell'Assoluto si deve dire che esso è essenzialmente Risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità;”.
(Fenomenologia dello Spirito, Prefazione)
La dialettica. Da questo consegue che la storia del mondo, che è poi la stessa storia dello Spirito, del nous, o della stessa coscienza che prende coscienza di sé, è un processo eternamente “in fieri”, cioè in costante divenire, in costante via di formazione e di attuazione. Hegel mostra qual è il processo che permette al mondo di divenire, movimento che corrisponde al progressivo “incarnarsi” dello Spirito Assoluto nella storia dell’uomo.
Primo movimento: Tesi, o momento intellettivo astratto. Il concetto viene isolato dal suo contesto (astratto), preso in sé e per sé come se non fosse invece connesso a tutte le altre determinazioni grazie alle quali riceve il senso che ha.
Secondo movimento. Antitesi, o del negativo razionale. La ragione avverte che per attribuire un senso a un concetto occorre appunto metterlo in relazione con la sua negazione.
Terzo movimento. Sintesi, o del positivo razionale. E’ il momento in cui la ragione comprende, si potrebbe dire in senso eracliteo, che ogni concetto è costituito dal nesso che si forma fra significati contrari necessariamente connessi, è il momento dell’Aufhebung, cioè del “togliere” (Auf), “conservando” (hebung). (”notte” e “giorno”, per esempio, trovano la loro sintesi nel concetto di “giornata”, la quale è ciò che è proprio in virtù della periodica alternanza fra il giorno e la notte). Ogni momento del concetto in formazione conduce a una sintesi in cui gli aspetti dei concetti precedenti vengono conservati e superati. Dalla sintesi poi si riparte per un nuovo processo dialettico, la sintesi diviene un’ulteriore tesi che troverà poi la sua antitesi che darà vita a un’ulteriore sintesi, e così via.
Conclusione. Sicché, cosa rende così affascinante Hegel agli occhi dei rivoluzionari e dei reazionari allo stesso tempo? L’idea che ogni momento storico sia animato da uno Spirito dotato di un’intrinseca razionalità che conduce necessariamente al ribaltamento delle condizioni esistenti, l’idea che la giustizia si compia secondo ragione.
La sinistra hegeliana vedrà infatti in Hegel lo scopritore del processo razionale che conduce al compimento definitivo della giustizia sociale, la destra hegeliana il giustificatore dello stato etico di ispirazione religiosa, visto come momento assoluto del compimento dello Spirito (santo).
C’è un Hegel per tutte le stagioni.
domenica 11 novembre 2018
Come può l'acqua, associata ai lipidi e alle proteine, pensare?
"[...] La nostra conoscenza di queste è stata molto oscurata e confusa, e siamo stati indotti a errori molto pericolosi con il supporre una duplice esistenza per gli oggetti dei sensi: l'una intellegibile o nella mente, l'altra reale al di fuori della mente; per la quale si ritiene che gli oggetti non pensanti abbiamo una sussistenza naturale in sé stessi, distinta dall'essere percepiti […]. Questa, che, se non sbaglio, è stata mostrata essere una nozione assurda e assolutamente infondata, è la vera radice dello scetticismo; poiché, finché gli uomini riterranno che le cose reali sussistano al di fuori della mente, e che la loro conoscenza sia reale soltanto nella misura in cui è conforme alle cose reali, seguirà che non potranno essere certi di avere una qualsiasi conoscenza in genere. Infatti come si potrà sapere che le cose che sono percepite sono conformi a quelle che non sono percepite, ossia le cose che esistono senza la mente [exist without the mind]?".
(Trattato sui principi della conoscenza, G. Berkeley)
La filosofia moderna, con Berkeley ma anche con Cartesio, Hume e Kant, avverte la necessità di indagare il rapporto che sussiste fra la mente che rispecchia la realtà e la realtà che costituisce l'oggetto di quel rispecchiamento.
A tal proposito interverrà Kant con la sua soluzione elegante: ad essere universale è il modo in cui percepiamo le cose non percepite, la certezza del modo in cui ci rappresentiamo la realtà costituisce la verità (qui per "cose non percepite" si intende il mondo esistente di per sé, senza una mente che lo rispecchia, la "cosa in sé" kantiana).
Perché nel profondo dell'inconscio di noi tutti c'è ormai la convinzione che esista una realtà materiale oggettiva che esiste indipendentemente da noi e che viene rispecchiata dall'attività pensante della mente, la quale non è che una sorta di allucinazione ben organizzata prodotta dalla chimica del cervello, il quale, di per sé, non è che un semplice ammasso di materia: 77-78% di acqua, 10-12% di lipidi, 8% di proteine, 1% di carboidrati, 2% di sostanze organiche solubili, ecc. Come può, dunque l'acqua, associata ai lipidi e alle proteine, pensare?
Berkeley offre la soluzione più estrema, più estrema di quella kantiana che pur teneva ferma l'esistenza di una realtà in sé: non esiste alcun rispecchiamento di un mondo isolato dalla mente, la realtà è solo ed effettivamente quell'idea che si mostra nella mente, fascio di percezioni immateriali che vanno a costituire l'idea stessa della "materialità".
Certo, Berkeley attribuirà a Dio la prerogativa della mente suprema che raccoglie tutte le idee entro di sé, ma noi contemporanei non abbiamo più bisogno di pensare a un Dio per giustificare certe conclusioni. Speriamo di esserci capiti.
lunedì 10 settembre 2018
Il Noumeno
Domanda: Mi spieghi che cos'è il noumeno?
Risposta: Qui ci vuole serietà. Il noumeno è in sostanza il concetto pensato. In Platone era tutto quello che pur non essendo sperimentabile concretamente era pensabile per via di ragione, in Kant il concetto di noumeno va ad affiancare quello di “cosa in sé”. Posta la realtà esterna alla mente (comunque da dimostrare), la “cosa in sé” è questa realtà esterna non manipolata dall’attività interpretante dei sensi, quella realtà oggettiva che in una prospettiva materialista va ad eccitare gli organi di senso e attiva i neuroni creandone l’immagine mentale che percepiamo. Il noumeno è allora in Kant l’attività della mente che tenta di concepire questa realtà senza poterla di fatto sperimentare concretamente in alcun modo. Esisterà dunque questa realtà in sé se non la si può sperimentare ma solo concettualizzare? Io penso con i filosofi idealisti che potrebbe anche non esistere e restare sospesa in forma di semplice idea.
(sull'altro blog facciamo anche didattica)
lunedì 16 luglio 2018
Locke e la tabula rasa
Locke pensava che la mente fosse una tabula rasa, cioè la mente del neonato era come un recipiente vuoto che via via si riempiva di esperienze e di significati. Che assurdità. La coscienza implica la preesistenza di una struttura originaria che distingue forme e colori secondo il principio di non contraddizione, altro che tabula rasa, la mente agisce attivamente sulla realtà, non siamo semplici apparecchi che recepiscono passivamente stimoli esterni, anche se fosse vero lo stimolo esterno sarebbe pur sempre mediato dalla conformazione del mezzo ricevente. Tana per Locke.
sabato 14 luglio 2018
Il progressista
Il progressista stile Repubblica ha bisogno di specchiarsi nelle narrazioni edificanti, magari non avrà il Rolex e l’attico a New York come i progressisti più à la page ma in qualche modo lui l’ha risolta la sua vita e nel tempo libero si dedica ad amare l’umanità. L’amore per l’umanità è un bisogno secondario, sorge quando il bisogno primario di garantirsi la propria comfort zone è già stato soddisfatto. Noi che viviamo di espedienti abbiamo invece troppa rabbia in corpo per amare l’umanità, il progressista stile Repubblica no, a lui basta un editoriale di Scalfari per sentirsi intelligente. La sua rabbia, che in lui si è sedimentata a un livello più profondo e viene perciò distillata in velenosa perfidia, la riserva tutta per i vari Berlusconi, Trump e Salvini. Tipi umani alla Federico Rampini, alla Massimo Gramellini. Pensano in totale buona fede che i sogni e i bisogni del ciabattino di Kabul siano gli stessi che animano l’impiegato della biblioteca comunale. Ma il ciabattino di Kabul non sfila al gay pride. Il progressismo stile Repubblica è una malattia senile dell’occidente appagato ma oggi l’occidente è arrabbiato e viene meno anche il brodo di coltura di quel particolare tipo umano.
La realtà è che l’umanità è un accrocco più complesso di un insieme di uomini animati da buoni sentimenti che aspettano solo di essere portati maieuticamente alla luce.
giovedì 12 luglio 2018
Ricapitolando: ciò di cui facciamo esperienza è l'esperienza stessa, non c'è altro di ulteriormente evidente. Le galassie e le stelle e gli infiniti mondi lontanissimi e i buchi neri, gli atomi, le particelle, i fotoni, le radiazioni, il rumore di fondo e i neutrini esistono nella misura in cui ne facciamo esperienza, per tanto che li pensiamo distanti anni luce sono sempre qui presso di noi, a un palmo dal naso. La "barriera" dell'esperienza non è oltrepassabile, possiamo ben dire che l'esperienza è la traduzione sensoriale di una dimensione materiale ma per tanto che questo pensiero sia sostenuto dal senso comune non c'è prova evidente di questo ulteriore mondo che si troverebbe alle spalle della pura esperienza. La fisica stessa è la scienza dell'esperienza, è l'esperienza del mondo ad essere intrinsecamente razionale, nemmeno la ragione si trova oltre l'esperienza perché nell'esperienza si manifesta. Se non c'è nulla che è esperito da alcunché non esiste alcunché.
domenica 8 luglio 2018
Per farla breve e riassumendo senza scadere nella prolissità e nei sofismi: la fisica descrive le leggi dell'esperienza e l'esperienza non è un oggetto materiale. Per dare più solidità all'esperienza la si è intesa come riferita a una realtà esterna materiale la quale però mai si mostra in quanto impossibilitata a travalicare l'esperienza. L'osservatore, tanto per prendere in prestito un termine caro alla fisica, esperisce il mondo come racchiuso nel bozzolo della sua bolla spazio-temporale, la materia è un evento che appare all'osservatore. In questo senso la materia non si mostra: l'esperienza la precede e si pone a suo fondamento, è l'esperienza che determina ciò che noi decidiamo di chiamare materia e non viceversa. Tutto quel brulicare di atomi che viene mostrato dalla fisica non è che una modalità dell'esperienza la quale non necessariamente implica l'esistenza di quegli atomi come entità esistenti in una dimensione che si trova al di là del piano dell'esperire.
Storia della materia: la physis
La physis è per i greci quel vasto agone in cui nascono e periscono le cose, ovverosia la natura. Entrambi i termini, il latino e il greco, condividono la stessa etimologia in quanto anche “ la parola greca physis appartiene alla radice phyo (φύω), ‘genero’, ‘cresco’ “.
La physis dei greci, da cui deriva ovviamente anche la parola “fisica”, non nasce indicando necessariamente la natura materiale, il concetto di materia deriva principalmente dalla riflessione degli atomisti sulla necessità che il mondo non sia suddivisibile all’infinito, pena la sua inconsistenza.
Curioso qui sarebbe notare come la consistenza effettiva delle sensazioni che costituiscono il mondo non sia per i greci bastevole a sorreggere la realtà delle cose: “E se un’asta fosse suddivisibile all’infinito?”, si chiedevano i greci. “Pazienza!”, si potrebbe obiettare loro, l’importante è che quell’asta esista nella misura in cui si manifesta, ma ai greci questo atteggiamento fenomenologico non andava a genio, l’equivoco dell’esistenza materiale delle cose sta tutto in quel loro primo passo mosso contro il timore del precipitare di tutte le cose nel nulla.
I sofisti distinsero poi la physis dal nomos, intendendo la prima come la natura guidata dalla sue leggi necessarie e il secondo come la legge positiva concordata di volta in volta dagli uomini. “ Popolazioni e comunità diverse conoscono differenti nomoi (cioè differenti usanze religiose, etiche, politiche e via dicendo) “, ma la physis è una sola e comune a tutti gli uomini e precede il relativismo delle usanze e dei riti perché è la legge stessa che muove le stelle.
Curiosi questi greci.
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