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sabato 26 ottobre 2013

Occorre anche una certa perizia nel distinguere credente da credente e la difficoltà sta nel fatto che è lo stesso credente che spesso non ha ben chiare le ragioni del suo credere oppure non sa se sta credendo veramente. C'è il cristiano che si dice tale per via di un condizionamento culturale eterodiretto, cioè inculcato nel subconscio dall'esterno, ad esempio dall'ambiente familiare. Egli deve fare uno sforzo per non avvertire un senso di peccato mentre si scopa la moglie del capoufficio. Qui si vorrebbe dedurre la presenza di Dio dal senso del peccato, che coincide di fatto con il senso di colpa. Qui è come si dicesse: sento in me il peccato e questo è il sintomo di una coscienza, e se ho una coscienza questa sarà il sintomo della presenza di Dio, e se Dio è presente in me attraverso la coscienza allora io mi sento in dovere di credere. Ma il senso di colpa può essere benissimo presente anche in un ateo, anzi, spesso sono gli atei che consapevolmente aderiscono a una legge morale positiva, facente funzione di imperativo categorico. Anche gli atei possono avere una coscienza, fermo restando che è impossibile provare che essa sia una prova della presenza di Dio o sia necessariamente il frutto di un indottrinamento culturale eterodiretto, fermo restando che l'ateo potrebbe sviluppare un senso di colpa nei confronti del cornuto e non di Dio. In conclusione, è anche possibile credere di credere.

Poniamo il caso che un giorno Dio si manifesti nella sua evidenza, si squarcia il velo del cielo e una voce potente riecheggia per tutto il creato: fermi tutti, sono DIO! Presi alla sprovvista i non credenti potrebbero credere di essersi sbagliati e i credenti di essere sempre stati nel giusto. Passano i giorni, a tutto ci si abitua, anche al Giudizio Universale, e in qualcuno comincia a insorgere un terribile dubbio: siamo sicuri che costui è il vero Dio? Vista la portata dell'evento tutto è possibile. E' il dubbio del Dio ingannatore, se lo era posto anche Cartesio, risolvendo la questione confidando nella bontà di Dio, ma chi ritiene che Dio sia buono? Gli uomini. Quindi fiducia mal riposta, perché niente potrebbe smascherare l'inganno di un dio quando questi vuole intenzionalmente ingannarci. Come farei dunque a distinguere il Dio vero da quello falso? Mettendomi nella disposizione d'animo di credere, volendo credere che sia quello vero. Insomma, nemmeno al cospetto di un dio sarebbe possibile avere la prova dell'esistenza di Dio, del Dio che ci salva, del Dio misericordioso che ha scelto come suoi rappresentati temporali gli adepti di una certa confessione piuttosto che un'altra, il dubbio di essere solo dei babbei rimane, è qualcosa di irriducibile.

Il discorso del credo religioso è un discorso sulla disponibilità ad ingannarsi. Più un uomo sarà disponibile ad ingannarsi più sarà disposto a credere, meno sarà disposto e più la persistenza del dubbio lo allontanerà dalla volontà di credere.

Ich mußte also das Wissen aufheben, um zum Glauben Platz zu bekommen.

Siamo davvero sicuri che per opporci con i giusti argomenti all'antiquato oscurantismo religioso dobbiamo per forza di cose ridurci a un mucchietto di carne incidentalmente fresca finché ci è concesso dal caso o almeno finché regge la pompa (e per giunta andandone anche fieri)? Questo mi domandavo. Negare il fondamento temporale delle religioni è un gioco da ragazzi, più difficile pretendere di confutare una fede. Guardavo oggi un video della compianta Margherita Hack ospite di Bruno Vespa e la critica che con il solito piglio tentava di muovere ai credenti: la fede è un'illusione indotta dal cervello. Bene, ma chi ci può garantire che non sia un'illusione indotta dal cervello anche la fiducia nei progressi della tecnica o nel materialismo scientifico in generale? Che non ci siano gli angeli con le trombe ad attenderci dopo la morte e che Dio non vesta di una tunichetta bianca potrebbe risultare facile da comprendere anche al meno adulto fra i cattolici, il problema vero sorge quando si tenta di affidare le proprie certezze alla scienza caricandola di una equivalente aspettativa di verità. Guardo con sospetto all'UAAR, mi pare un tentativo di opporre a un ottuso dogmatismo un'altrettanto inflessibile rigidità di pensiero facendosi scudo della razionalità, la quale è per alcuni razionalisti come lo spirito santo per i credenti. La fede è essenzialmente volontà. Se uno, ad esempio, vuole farsi un tatuaggio, inutile metterlo in guardia sulla tossicità degli inchiostri o sulla possibilità di beccarsi l'epatite (la becchi anche dal dentista), la volontà vuole e la fede è volontà di credere. Una volontà non si può estinguere per delibera del tribunale della ragione, una volontà si estingue solo quando vengono meno i suoi presupposti. E se il presupposto della fede è la volontà che vi sia un Dio che ci accolga fra le sue braccia dopo la morte, un Dio che ci garantisca un senso sia qui, su questa terra, che nell'aldilà, capirete anche voi che la fiamma della fede non si potrà mai estinguere almeno finché siamo mortali. Il mio consiglio è allora di affrontare il problema continuando ad instillare quanti più dubbi possibili fra i credenti piuttosto che colpire il nemico frontalmente con l'arma della razionalità, la quale, per il credente, non potrà che sortire l'effetto di un piccola punturina d'insetto avvolto com'è nella sua nuvoletta di repellente spirituale, non trovate? L'agnosticismo è una maieutica che va condotta con finezza.