martedì 17 giugno 2014

Questo affannarsi a trovare la forma ideale di legge elettorale che più conviene alla nazione mi pare un inutile dispendio di energie, come cercare il pettine più adatto per chi non tiene capelli. Cerchiamo il sistema elettorale che più garantisce la stabilità politica? Nemmeno ad adottare il sistema tedesco l'Italia potrebbe acquisire per transitività la stabilità tedesca, non è questione formale (per dire che la stabilità avrà pure bisogno di contenuti, serve a poco se fine a stessa).

lunedì 16 giugno 2014

Al progressivo sviluppo della tecnica corrisponde il diametrale aumento dell'inquietudine per le sorti dell'umanità, è la grande vicenda dell'umanesimo morente che lotta per la sopravvivenza. Ovunque l'umanesimo cede alla tecnica, come un braccio meccanico inizialmente progettato per potenziare il muscolo ma che ne diventa alla fine il padrone riducendolo di fatto all'atrofia. Per esempio l'economista e banchiere Jacques Attali vorrebbe un'economia dal volto umano in grado di garantire un futuro alle nuove generazioni, Letizia Moratti si spende in grandi elogi: «un’economia che si basa su valori come altruismo, fiducia, solidarietà, partecipazione, amore per la natura» (pare di sentire Vendola a San Patrignano). «Con l’economia positiva cerchiamo di guardare a lungo termine e lasciare invece un mondo migliore - ha concluso Attali - dall’economia positiva si passerà alla società positiva» (qualsiasi cosa voglia dire). Pare dunque che anche il capitalismo stia sviluppando una sua coscienza, il capitalismo sostenibile dal volto umano, quello che non naviga a vista consumando ciecamente il consumabile ma progetta a lungo termine per il bene dell'umanità. Non so se essere scettico o meno, mi limito a prenderne atto. E come si spendeva l'Attali per perorare la causa della democrazia, ultimo baluardo dell'umanesimo, ancora di salvezza (dopo la democrazia il diluvio). E' la democrazia a servirsi della tecnica (nel caso specifico dell'economia) o viceversa è la tecnica a determinare le vicende della democrazia? Ma la cosa interessante ascoltando Attali era questa distinzione fra la dimensione globale dell'economia e quella locale della democrazia, da questa sproporzione, secondo l'economista francese, scaturirebbero tutti i mali del mondo (da cui l'auspicio di una democrazia globale). Dominare l'economia e renderla docile, addomesticata e servile. Grandi speranze.

domenica 15 giugno 2014

E' così difficile dire di no alla Spinelli?

Sarà che non so quasi nulla di Barbara Spinelli e quindi mi sento immune da qualsiasi timore reverenziale che dovrei avere nei suoi confronti (del resto non mi sentirei di averne anche nei confronti di Ovadia, pur conoscendolo meglio), ma non ho capito perché si dovrebbe rispettare la sua scelta di essersi rimangiata la parola. Le si dice gentilmente ma fermamente che in politica la parola data è tutto (qualora si creda che sia così e mi pare che l'area politica a cui fa riferimento ci creda) e finita lì. Spinelli, Furfaro o Tafazzi è la stessa cosa o forse dovremmo rimpiangere anche la scelta di Ovadia di privarci del suo imprescindibile contributo? Aldilà di una giustissima lotta all'antisemitismo cosa avremmo potuto aspettarci da Ovadia, lo stanziamento di fondi europei per la sopravvivenza del teatro kasher? Ovadia almeno è stato coerente e questo gli fa onore all'interno di un'etica per cui l'onore è tutto e qualifica automaticamente anche il valore di una persona, punto.

sabato 14 giugno 2014

Lo stereotipo dell'italianità ce l'ho proprio qui sopra la testa, napoletani più tipici, roba da macchietta, non ne potevo trovare. Pare si siano organizzati in centurie per seguire la partita dell'Italia, le donne cantano pure a squarciagola, robaccia neomelodica propedeutica al trionfo, e i figli le seguono a ruota. Dovrò tenere a bada la mia settentrionalità stanotte altrimenti rischio di fare la fine di Mineo (la mia regione preferita del sud è la contea svedese di Norrbotten).
Va bene riprendersi il brand, rinserrare le fila dei nostalgici e ridarsi un'identità di genere, ma sia chiaro che rivogliamo il risotto con le salamelle e lo stracotto d'asina. Negli anni '80, giù in pianura, la festa dell'Unità la facevamo davanti alla chiesa, si era all'inizio della fase declinante delle ideologie ma ancora non ce ne rendevamo conto (otto anni avevo), c'era il lambrusco di Sorbara con la sua spuma rosa e lunghe tavolate di comunisti, tutti carnivori senza un'ombra di senso di colpa, dopo mangiato coppiette di anziani si mettevano a ballare il liscio. Si era comunisti essenzialmente per contrastare la prepotenza, quella era la dimensione ideologica, negri non ce n'erano ma quei pochi alloggiavano presso le strutture della parrocchia (con il tacito consenso dei rossi), i meridionali votavano Dc. Il sogno di mio nonno era che suonassi la fisarmonica, Pink Floyd e Castellina-Pasi suonavano le Fender.

Il miglior sistema di welfare universale nonché suo principale presupposto è un'economia in salute, questo ancora la sinistra pare non l'abbia capito. Per uscire dalle paludi e dall'intristimento infinito in cui s'è cacciata bisognerebbe che capisse una volta per tutte che la ricchezza conviene a tutti e che l'impresa non è il luogo delle disuguaglianze ma il luogo dell'opportunità. Voler fare la guerra al capitale non porta da nessuna parte, meglio vivere in un'economia sana in cui ci siano più possibilità di scelte lavorative, meno disoccupazione e così anche più possibilità di attingere eventualmente ai sussidi (è infatti noto che è meglio dividere in pochi piuttosto che in molti). Da dove deve scaturire il lavoro? Il sindacato, e con lui molta parte dell'inconscio collettivo di sinistra, ha una visione tutta sua del buon imprenditore e cioè una specie di impiegato statale che distribuisce il lavoro come rispondendo a una sorta di obbligo morale che contrae nei confronti della società. L'imprenditore invece non è che ha il dovere morale di produrre ricchezza magari per ridistribuirla equamente fra i tutti suoi dipendenti, dal dirigente all'uomo delle pulizie, l'imprenditore produce ricchezza perché quella è la condizione stessa della sua esistenza. Più la sinistra si libererà dal timore della ricchezza (e d'altronde, quale miglior occasione di diseguaglianza se non nella crisi economica permanente?) più raccoglierà consensi (è un problema di impostazione).

venerdì 13 giugno 2014

Ovviamente a Mineo preferisco Renzi, anzi, in tal senso Renzi è pure troppo poco.

L'essere politico

E' l'uomo per natura un essere sociale, come riteneva Aristotele (da non confondere con “socievole”, mi raccomando)? Io penso che per natura, e qui si intende “prima di tutto”, l'uomo nasca individuo e poi sia costretto dalle circostanze a farsi sociale (e casomai socievole). Questo perché talvolta, nei discorsi che si vogliono dare un tono, si pensa di poter giustificare la necessità dell'impegno politico facendo leva su quel concetto aristotelico il quale, nel discorso corrente, non sembra indicare alcuna verità definitiva e originaria ma piuttosto un'opinione come tante. Per cui, smitizzando alquanto la questione, la politica riguarderebbe più la necessità che la virtù, perché da individui ci troviamo calati dentro una dimensione che ci costringe, nel bene o nel male, ad essere politici e cioè a darci un senso relativamente alla dimensione sociale, che talvolta ci abbraccia, talvolta ci stritola. Essenzialmente la mia passione politica è una forma di difesa dalla politica, il bene comune eventualmente viene dopo, prima viene il personale istinto di sopravvivenza.

Le fatiche della felicità

Pensieri dell'insonnia, prima del temporale: poniamo il caso che la felicità non sia tanto qualcosa da raggiungere quanto piuttosto qualcosa da cui si viene raggiunti. Quante volte disponiamo tutto l'occorrente per essere felici, imbandiamo la tavola, e quasi ci sentiamo defraudati se la felicità non si presenta all'appuntamento, per non parlare degli impiegati della felicità o dei professionisti dello sballo, gente che della felicità ha fatto uno standard e per riconoscerla ha bisogno di consustanziarla nel possesso di una cosa o in un mojito o in qualche altra diavoleria psicotropa. Certamente una certa serenità d'animo è propedeutica alla felicità, l'inquietudine non giova, ma insomma questa ossessione per la felicità, molto tipica della contemporaneità, la quale propone questo tipo di uomo liberato da tutti gli ostacoli che un tempo non la rendevano possibile, finisce inevitabilmente per tramutarsi in nevrosi qualora ci si ritrovi, nonostante tutto, infelici (condizione fra le più comuni). Come già detto, senso di colpa e sentimento di inadeguatezza rispetto a un senso del mondo oramai dominante, il non sentirsi all'altezza del compito, il non sentirsi all'altezza della modernità. La ricerca della felicità da liberazione a coercizione. Vedrei invece la felicità come un epifenomeno della serenità (assenza di inquietudine), la quale predisporrebbe quel terreno fertile sopra il quale, del tutto imprevedibilmente, la felicità sboccerebbe e si farebbe largo senza alcuna fatica (e d'altronde, s'è visto mai un filosofo andare dallo psicanalista?).

mercoledì 11 giugno 2014

In Iraq i ribelli jihadisti si stanno riprendendo il paese nella generale indifferenza della comunità internazionale. S'è provato ad esportare la democrazia, non ha attecchito ed ora i barbari irrompono dal limes e saccheggiano gli scaffali del supermercato abbandonato da tempo al suo destino. Se penso a tutta l'ideologia che è stata spesa a suo tempo per giustificare l'esportazione della democrazia, proprio da coloro i quali predicavano la fine della storia e di tutte le ideologie, mi verrebbe da dire che il tempo è galantuomo (ci sarebbero ancora le condizioni, oggi, per titillare l'immaginazione di neo-neocons folgorati sulla via della regime change? Forse nemmeno in Crimea, figuriamoci oltre).

domenica 8 giugno 2014

L'idea fondamentale che muove ancora un discreto numero di persone è che esista una proposta politica più vera delle altre perché conforme a un'idea della realtà più vera delle altre. Senza cadere in eccessi di relativismo (non è relativa infatti la dimensione politica e cioè l'arena all'interno della quale ci si scontra), appare evidente che la proposta politica non può che essere storicamente situata e cioè mutevole al mutare delle condizioni e che "idea vera della realtà" risulti oggi più che mai un concetto inconsistente. Ma questo indebolimento della verità è il frutto di una moda, di un capriccio passeggero, oppure è irreversibile? Quello che si può dire è che l'indebolimento della verità va di pari passo con l'idea che la verità più valida sia quella più utile ed è utile in questo momento darci una qualsiasi spiegazione della crisi economica e sociale (meglio una qualsiasi spiegazione che nessuna spiegazione). Poniamo come vera la cospirazione plutocratica, come se vi fosse una reale intenzione sadica nel banchiere, un piano ben congeniato di sfruttamento ai danni della popolazione civile allo scopo di godersi comodamente lo spettacolo, come se le banche trattenessero i soldi per semplice avarizia e non già in ossequio a certi meccanismi finanziari (l'epopea di Mr. Scrooge), l'epoca della ricchezza peccaminosa e della povertà virtuosa (il povero deve votare ipso facto per il partito della rivolta e se non lo fa è perché è stato subdolamente traviato dai suoi padroni). Per avere una visione d'insieme sarebbe quantomeno utile proporsi di cogliere le sfumature egotistiche dietro la facciata delle intenzioni altruistiche.
Caro Gesù, invece di far morire le persone e di farne di nuove, perché non tieni quelle che hai già?

Marcello
Dicevo, la nostra vita pare non valga più di quella del moscerino che campa un giorno e poi crepa, ma il pensiero è insostenibile, occorre distogliere lo sguardo, riempire la vita di fantasmagorie che ci restituiscano un senso e ci elevino, edificare un mausoleo ad imperitura memoria del nostro passaggio, che l'essere dimenticati - o peggio non lasciare alcuna traccia - equivale a non essere mai esistiti. L'umanesimo è appunto questo mausoleo, monumento alla gloria dell'umanità che si guarda allo specchio e vanitosamente, disperatamente, si mette a rimarcare la differenza fra sé e il resto del creato nella speranza di ottenere qualcosa di più della semplice morte.

sabato 7 giugno 2014

 «In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l'arabesco»

Si avvicina il Mundial e già nell'aria si sente profumo di revanche, ai ragazzi di Prandelli chiediamo lo scatto d'orgoglio, l'ennesimo, per il popolo più geniale del pianeta costretto però a tirar a campare soffocato com'è dalla stretta mortale dei vincoli di bilancio. Di per se saremmo naturalmente portati alla dolce vita, l'austerità teutonica non ci s'addice ricchissimi come siamo di chiacchiera e di ghirigori, ci venga dunque in soccorso questa prosecuzione della guerra con altri mezzi, Bismarck in braghette contro l'Italia in mutande (compresa di retorica del connazionale all'estero costretto ad emigrare e a campare ma su suolo straniero, come se non fosse proprio quella patria alla quale si rivolge con gli occhi lucidi ad averlo costretto all'emarginazione, mamma son tanto felice perché ritorno da te).

venerdì 6 giugno 2014

Altro passo decisivo verso la serenità: liberarsi dall'obbligo della felicità. Costretto a vivere in case sgarrupate e a lavorare eternamente sospeso sopra un filo non sono quasi mai felice e allora giunto a un certo punto mi sono domandato: sono proprio obbligato ad esserlo? Nessuno me lo prescrive. Da non credere quanto la ricerca della felicità generi infelicità, e sensi di colpa, e soprattutto se siamo obbligati a rendere felici non solo noi stessi, ma pure gli altri. Per cui troppo spesso ci creiamo da soli le nostre gabbie e sempre da soli approntiamo i castighi e le ricompense (quante energie sprecate!).
La questione è fra quelle che mi appassionano: perchè tutto è instabile? Per fare spazio alla nostra libertà. All'aumento indefinito della nostra libertà deve corrispondere una diminuzione indefinita del concetto di limite invalicabile. Ci basterà rincorrere asintoticamente la libertà infinita o arriverà un momento in cui ci si renderà conto che anche questa rincorsa rischia di diventare essa stessa un limite e quindi possa nascere l'esigenza di liberarsi anche della libertà?

giovedì 5 giugno 2014

Radix malorum est cupiditas

Talvolta, mosso da improvvisi sprazzi di lucidità, riesco ad abbracciare l'intera vicenda della mia vita dandole la forma di un lungo incubo persistente, in cui i fatti, gli affetti e i ricordi che in ultima analisi costituiscono la mia peculiare identità si dissolvono rapidi come sottilissime nuvole di fumo e mi ritrovo ad essere quel niente che in realtà sono, un luogo come tanti in cui si affastellano ricordi e nulla più. Diamo fin troppa importanza agli affetti in quanto marcatori della nostra identità, considerando come casi speciali l'abitudine a chiamare qualcuno "madre", "padre", "figlio" o "sorella" (quando non anche "moglie"!), ma tolto il caso speciale e le pressioni ambientali che ci impongono di riconoscerle come le uniche cose che contano veramente nella vita, di queste figure, dicevo, resta meno di quello che pensiamo. Allo smemorato colpito da amnesia, che ha smarrito la trama dei suoi ricordi e il filo delle sue abitudini, gli si potrà mettere davanti anche la figlia ma questi non saprà distinguerla da una qualsiasi altra infermiera del reparto di psichiatria. In certi lagrimosi film americani allo smemorato in questione la potenza primordiale dell'amore, scolpita nel suo essere come la più in sé delle cose in sé, dischiude le porte della ritrovata lucidità mentale (e vissero tutti felici e contenti). Voi direte: discorso eccessivamente cinico. Mah, diciamo che la mia anafettività galoppa e in fondo al rettilineo, laggiù, oltre l'ultima curva, comincio a intravedere il traguardo e la fioca luce di un nirvana, o qualcosa del genere (non ho più brama alcuna, per questa o altre vite).

martedì 3 giugno 2014



Visto che non voglio figli ero quasi tentato di predermi un gatto come quello di Capezzone, bello, fiero e indipendente, che non guarda ai soldi e in caso di dipartita se la sappia cavare. Eh no, sbagliato preferire ai figli i cani e i gatti, ce lo dice Francesco, Papa Francesco. Chi si sposa e non fa figli volutamente passerà la vecchiaia in solitudine, con l’amarezza della cattiva solitudine (conosco un arzillo vecchietto in casa di riposo dichiarato incapace d'intendere e di volere proprio dai figli al solo scopo di confiscargli la casa). «Ci sono cose che a Gesù non piacciono [non piacciono a Gesù o non piacciono alla ditta?], i matrimoni sterili per scelta, che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità». Francesco accusa «questa cultura del benessere di dieci anni fa, che ci ha convinto che è meglio non avere i figli, così tu puoi andare a conoscere il mondo, in vacanza, puoi avere una villa in campagna. Così tu stai tranquillo...». Stai sereno, Bergoglio, che la scelta attualmente non è tra i figli e la villa in campagna, attualmente la scelta è tra i figli e un monolocale in affitto (se questa non è frugalità cristiana!). 

I misteri eleusini

L'esilio come figura archetipica della purificazione, Gesù che digiuna nel deserto (neanche uno yogurtino). Dopo venticinque anni di allontanamento dal grande schermo, morto Craxi e resosi innocuo Martelli, in una notte di luna piena del mese di maggio, seduto sotto un albero di fico a gambe incrociate nella posizione del loto, Giuseppe Piero ricevette l'illuminazione: una vasta cospirazione di iniqui signoreggia sull'uomo, in ogni euro è nascosta una microspia, Gaya è un immenso organismo generato da una stampante 3D costruita dal gruppo Bilderberg. Ora, la mia saggezza mi ha saturato fino al disgusto; come l'ape che troppo miele ha raccolto, ho bisogno di mani che si protendano. Primo ostacolo: i pensionati che non vogliono cambiare (revocar loro il bonus sulle dentiere). Placido è il fondo del mio mare: chi potrebbe indovinare che esso nasconde mostri scherzosi! Incrollabile è la mia profondità: ma essa luccica di guizzanti enigmi e risate! (della realtà era stata fatta un'«apparenza»; un mondo completamente inventato, quello di internet, era stato fatto realtà). 

Riferimenti e attinenze: Così parlo Zarathustra, L'Anticristo (critica a Kant).

Meglio non essere

Tra un lavoro e l'altro, fra uno sfratto e l'altro, uno dovrebbe pure trovare la lucidità per tenere assieme i pezzi, per trovare il modo di persistere nella generale impersistenza delle cose (e non mi si venga a parlare di precarietà a 41 anni come un'opportunità). L'apoteosi quando ti chiedono: "e non hai un figlio?". E per trasmettergli cosa? Le mie tare e oltre alle tare anche la povertà? Gli voglio troppo bene per metterlo nei pasticci. (a sentire i socialisti è colpa dei liberisti, a sentire i liberisti dei socialisti: un branco di coglioni).
Che cos'è un esito ragionevole del voto? Per i grillini pare essere lo scenario in cui vincono i buoni. Stavo leggendo del trattamento riservato a Pizzarotti, appena eletto salutato come il sol dell'avvenire, oggi bistrattato da Grillo per non meglio precisate divergenze d'opinioni (pare che il leaderissimo sia permaloso assai, guai a metterlo in discussione, hai visto mai che voglia soffiargli il posto?... Stai sereno, Beppe, quello è troppo perbenino per aizzare le folle, senza l'alto patrocinio dei tuoi vaffanculo non va da nessuna parte). Sul finire dei settanta andava di moda Pippo Franco (Mazzabubù, Il Ribaltone, Scacco Matto): satira, lamentazioni moralistiche, indignazione nazional-popolare, pasquinate e velata nostalgia del ventennio, io credo che non siamo poi così distanti da quell'atmosfera se non fosse per un più marcato sbilanciamento a sinistra (ma la postura è quella). Ritornando a noi, c'è una certa logica puerile dietro le isterie di Grillo, il quale si comporta con Pizzarotti come il padre geloso dei figli, crescere sarebbe opportuno (lo Zarathustra di Nietzsche macinò per anni il suo risentimento chiuso dentro la caverna, la caverna di Grillo fu il suo esilio televisivo: veda di non farcelo scontare ora che è ritornato alla predicazione su vasta scala).

lunedì 2 giugno 2014

Mi verrebbe da pensare che per garantirsi il successo elettorale, oggidì, occorra nascondere quanto più possibile l'ideologia, che c'è (perché c'è sempre), ma quanto più la si nasconde tanto più si risulta pratici e simpatici. Cosicché per vincere un'elezione basta un atteggiamento ben studiato, la forma della praticità e dell'uomo d'azione, un sorriso accattivante o la voce di Obama, per chi ce l'ha. Giusto o sbagliato che sia a questo ci conduce il tardo post-moderno, dove un'ideologia di fondo persiste ma si nasconde e si confonde lasciandosi rubare la scena dai suoi guitti, ma è una strategia ben studiata.

domenica 1 giugno 2014

Non ho più pace, da un po' di tempo a questa parte me ne succedono di tutti i colori. Non so se sono io ad essere troppo debole per affrontare questa infilata di problemi o sono questi problemi ad essere oggettivamente gravosi, fatto sta che trovo sempre più consolante pensare che quel che mi accade non poteva accadere diversamente, questo pensiero mi quieta e mi rende più affrontabili i problemi. Bisogna dire che è una posizione argomentata, non sono il tipo da facili e poco fondati utilitarismi. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt. E questa massima mi sembra ancora troppo imbiancata di volontarismo. Se possibile, la penso in modo ancora più radicale (nel senso che nemmeno il decidere se farsi guidare o meno dal fato rientra nelle nostre possibilità).


Affinità e divergenze fra il comico Grillo e il Movimento dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini. Non che sia qualcosa di inedito, il paragone saltava all'occhio. Ad esempio salta all'occhio l'affinità grafica fra quella "U" rossa e la "V" dei pentastellati. Entrambi si dicono "movimenti" per distinguersi dai partiti tradizionali, Giannini muoveva la sua proposta dal successo editoriale della sua testata, Grillo dal successo editoriale del suo blog (aggiungasi la successiva comunione d'intenti con Il fatto quotidiano, che del giornale di Giannini è un po' debitore). Nelle vignette di Giannini l'omino gridava "Abbasso tutti!" (comprese le "plutocrazie"), accomuna Grillo e Giannini lo stesso vezzo di affibbiare agli avversari nomignoli spregiativi satireggiandoli a buon mercato. Giannini si diceva liberale, come Travaglio, e come Travaglio e Grillo intendeva travalicare la tradizionale distinzione fra destra e sinistra. Senonché il movimento di Giannini predicava un liberismo quasi romantico, in cui il grande nemico era quella opprimente macchina statale simboleggiata dal torchio, mentre la proposta sociale di Grillo pare andare nella direzione di un comunitarismo etico di stampo post-comunista agganciato ai principi della decrescita felice, ma non ne siamo più così sicuri. Assolutamente convergente invece la critica mossa dall'Unità al movimento qualunquista di Giannini, il quale raccoglieva simpatie monarchiche più che socialiste, incarnando una proposta antisistemica più nel senso berlusconiano che nel senso no global (d'altronde anche ogni protesta è figlia del suo tempo).

«L'Uomo qualunque è un movimento che costituisce al tempo stesso una sopravvivenza e un'anticipazione del fascismo ... i suoi dirigenti ... sono tristi speculatori delle sventure d'Italia, torbidi giocolieri che tentano di riesumare il fascismo vestendolo da pagliaccio» (Velio Spano, L'Unità, 16 febbraio 1946).
Non si capisce niente, democristiani che lasciano passare il divorzio breve e movimentisti che si alleano con nazionalisti perlopiù indistinguibili dai leghisti. Perché Farage sì e Salvini no? Misteri, sofismi nascosti fra le pieghe dei Programmi. Le polemiche sull'abolizione del Senato, non ce ne siamo mai interessati e improvvisamente ne sentiamo la mancanza, come quel capo che abbiamo appeso da anni nell'armadio ma guai a buttare via. Sotto sotto è chiaro a tutti come siano le urgenze dell'apparato tecnico-economico a dettare legge, così come siano d'impiccio le lungaggini delle assemblee parlamentari, l'obsolescenza della democrazia si manifesta solo in parte in quell'aspirazione al presidenzialismo che metterebbe in comunicazione diretta l'istanza del popolo e il potere esecutivo, riducendo il legislativo a un mero disbrigo di pratiche burocratiche (come ad esempio l'editing del testo in PDF). E' tutto un gioco d'ombre, alimentato dalla luce di una volontà che per comodità pensiamo ci appartenga.