Qualcuno dice: presto non avremo più parlamentari eletti dal popolo, calcando la mano sull'assenza del voto di preferenza nella neonata bozza di riforma elettorale. Giustissimo, soprattutto per chi vuole intendere che la democrazia sia davvero questa tecnica di governo per cui l'elettore sceglie i suoi candidati, per così dire, ad personam e in cui la volontà individuale si eleva per via direttissima ad interesse generale come trasportata da una corrente a getto. Ma, come saprete, io penso che sia comunque un bene capire che cos'è la democrazia anche a costo di rendersi conto che è molto meno di quanto si pensi. La democrazia è un umore, un sentimento generale, un costrutto culturale a cui un certo bisogno di sentirsi liberi fa appello per confermare il proprio orizzonte di senso, è una traslazione psicologica di un bisogno individuale sul piano politico-sociale, non voglio dire che sia una nevrosi, diciamo una suggestione. Per cui benissimo lottare per l'introduzione delle preferenze, lo farei anch'io qualora decidessi di vestire i panni del paladino della democrazia, sarebbe la cosa più coerente da fare. E intanto penso, altro vecchio cavallo di battaglia, a quel cinese che vede oggi crescere il suo benessere anche in assenza di democrazia e al quale il governo cinese, forte del suo millenario pragmatismo, potrebbe anche finire per concedergliela qualora ne sentisse un giorno il bisogno impellente dandogli l'illusione di contare qualcosa, tanto per scimmiottare l'occidente (del resto copiano le Aston Martin, perché non la democrazia? La Russia lo ha già fatto).
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domenica 22 giugno 2014
martedì 6 maggio 2014
Obsolescenza della democrazia
L'errore sarebbe considerare liberalismo e democrazia come il culmine insuperabile di un lungo processo di affinamento, l'unico costrutto degno in quanto non ideologico perché ancorato nella necessità concreta di garantire la massima dignità possibile all'individuo, un assetto umanistico che saremmo obbligati ad accogliere come definitivo, diciamo posti con le spalle al muro, perché di più non sarebbe possibile garantire ("fine della storia"). Senonché troppo debole l'argomento della mancanza di alternative per essere davvero convincente, in quanto democrazia e liberalismo sono un epifenomeno della dimensione economica, la quale, per gli scopi suoi propri, può benissimo prescindere da queste sue emanazioni. Ne consegue che libertà economica e democrazia liberale non sono due dimensioni necessariamente connesse fra loro, che le vicende del liberismo non si intrecciano necessariamente a quelle del liberalismo democratico e che la Cina del capitalismo popolare sia al vertice dell'economia mondiale sta proprio lì a testimoniarlo. Non si tratta di stabilire chi sia il migliore fra liberalismo e socialismo, quanto mostrare come siano categorie assolutamente funzionali a una dimensione economica (a sua volta legata alla capacità di gestire il potenziale tecnologico) che se ne serve a piacimento, tanto da svuotarle di significato (si potrebbe benissimo concedere la democrazia al popolo cinese senza che questo comporti una sua minore adesione all'economia di mercato, copiandone le vuote ritualità dall'occidente come ne copiano le borsette). L'obsolescenza della democrazia è un fatto reale e concreto, essa rimane in vita come rimangono in vita gli aspetti esteriori del culto pur nel generale arretramento dell'atteggiamento religioso, e l'esercizio della volontà popolare, qualora riuscisse ad esprimere una vera opposizione, non potrà nulla contro la stringente consequenzialità dei meccanismi economici, perché in definitiva la stessa sopravvivenza dei popoli dipende da essi. Capisco dunque la necessità per gli occidentali di mantenere in vita la democrazia in quanto koinè, e cioè sua particolare specificità culturale, ma il passo successivo, quello più coerente, sarebbe abdicare, abolirla in favore di un dirigismo tecno-economico che trovi in sé la sua stessa giustificazione (risulta infatti chiaro come un organismo del genere sarebbe giudicabile solo da un collegio di suoi pari).
venerdì 2 maggio 2014
Romance
Penso che ci siamo formati una nozione di democrazia molto ideale e questo è chiaro un po' a tutti. Intimamente pensiamo che la condizione ideale della democrazia sia quella in cui l'elettore sceglie razionalmente fra l'alternativa migliore, è una nozione che del resto è chiusa nel concetto stesso del termine, ovvero democrazia come esercizio della volontà informata del popolo. Cosicché la democrazia si viene a configurare come quella pratica asintotica che sempre aspira a raggiungere e mai raggiunge, che sempre tenta di restare all'altezza del suo ideale - ideale platonico par excellence, come avrebbe fatto notare quel matto di Nietzsche - ma mai ci riesce. Anzi, si dice che sia proprio in questo infinito aspirare alla perfezione del concetto, che mai riposa e sempre aspira, che sia racchiuso il senso del progredire storico, il senso stesso del progresso. Può anche essere, ma io vedo che, lungi dall'essere esercizio di una attività ragionante, la democrazia è pratica di attività desiderante (o magari la ragione stessa è un forma del desiderio). C'è questa volontà precostituita nell'elettore di andare a scegliersi il romanzo che più viene incontro alla suo gusto personale, quello in cui più volentieri indugia come perso in un sogno, si vota come si sceglie l'ultimo giallo in libreria sapendo di voler leggere un giallo. I candidati questa cosa l'hanno capita bene per cui da sempre fanno leva sulla mozione degli affetti, si tratterebbe quindi del progresso emotivo dello Spirito del mondo, la storia vera e propria di tutte le sue incarnazioni. La verità starebbe racchiusa proprio in questo mostrarsi del romanzo, non tanto in chi si avvicina di più al boccino. Quindi la questione cruciale sarebbe: sarà mai possibile in qualche modo uscire dal romanzo? No. (a questo punto penso sia superfluo sottolineare la perfetta assonanza fra i termini "elettore" e "lettore", da lettore del romanzo a elettore nel romanzo).
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