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lunedì 26 maggio 2014

"Io e il PD al 40%"

Sotto sotto percepivo che il Renzi fosse l'ultima faccia spendibile (e l'unica accattivante) del PD, ma la vittoria con percentuali bulgare, pur al netto dell'astensionismo, nessuno avrebbe potuto immaginarlo. Mi ero fatto prendere dalla sindrome del giaguaro smacchiato, mi pareva di vedere Grillo al ventotto per cento e il PD mestamente a ruota. Dunque la forza di Renzi starebbe in questa sua innata capacità di far entrare il vuoto in risonanza e rianimarlo, renderlo traboccante di palpabili suggestioni (sembra pagare la scelta di palese e manifesta accettazione delle leggi del mercato a scapito del socialismo asfittico della vecchia guardia, non combattere il mercato ma tentare di abitarlo, la conquista del nord sta lì a testimoniarlo. Dalla sua mutazione genetica il PD ha tutto da guadagnare). Ora sarà interessante capire quanto riuscirà a mantenersi all'altezza del suo incantesimo da qui fino alle politiche (perché bisognerà pur andare a votarlo questo governo e non per interposta elezione, dicono usi così in democrazia).

Qualcuno dice: ma il PD per stravincere ha dovuto snaturarsi. Ma è proprio questo suo mutamento antropologico a sostenerne l'exploit, l'abilità del Renzi sta proprio in questa sua leggerezza, nel sapersi reggere su pilastri di cartone come fossero di granito.

(e stavolta D'Alema aveva capito tutto).

venerdì 2 maggio 2014

Romance

Penso che ci siamo formati una nozione di democrazia molto ideale e questo è chiaro un po' a tutti. Intimamente pensiamo che la condizione ideale della democrazia sia quella in cui l'elettore sceglie razionalmente fra l'alternativa migliore, è una nozione che del resto è chiusa nel concetto stesso del termine, ovvero democrazia come esercizio della volontà informata del popolo. Cosicché la democrazia si viene a configurare come quella pratica asintotica che sempre aspira a raggiungere e mai raggiunge, che sempre tenta di restare all'altezza del suo ideale - ideale platonico par excellence, come avrebbe fatto notare quel matto di Nietzsche - ma mai ci riesce. Anzi, si dice che sia proprio in questo infinito aspirare alla perfezione del concetto, che mai riposa e sempre aspira, che sia racchiuso il senso del progredire storico, il senso stesso del progresso. Può anche essere, ma io vedo che, lungi dall'essere esercizio di una attività ragionante, la democrazia è pratica di attività desiderante (o magari la ragione stessa è un forma del desiderio). C'è questa volontà precostituita nell'elettore di andare a scegliersi il romanzo che più viene incontro alla suo gusto personale, quello in cui più volentieri indugia come perso in un sogno, si vota come si sceglie l'ultimo giallo in libreria sapendo di voler leggere un giallo. I candidati questa cosa l'hanno capita bene per cui da sempre fanno leva sulla mozione degli affetti, si tratterebbe quindi del progresso emotivo dello Spirito del mondo, la storia vera e propria di tutte le sue incarnazioni. La verità starebbe racchiusa proprio in questo mostrarsi del romanzo, non tanto in chi si avvicina di più al boccino. Quindi la questione cruciale sarebbe: sarà mai possibile in qualche modo uscire dal romanzo? No. (a questo punto penso sia superfluo sottolineare la perfetta assonanza fra i termini "elettore" e "lettore", da lettore del romanzo a elettore nel romanzo).