sabato 12 gennaio 2019

Sulla libertà di pensiero

Alla Feltrinelli, in prima fila, un libro di Giorello (ancora è in pista) sulla libertà di pensiero: Giordano Bruno, John Stuart Mill e Paul K. Feyerabend. Che cosa vuoi dire ancora sulla libertà di pensiero, che cosa non è stato detto? Ancora Stuart Mill, ancora? Forse che questa battaglia per la libertà di pensiero vuole essere vinta per sfinimento? Io guardavo sfinito l'ennesimo libro sulla libertà di pensiero e intanto pensavo fra me e me per niente libero di non pensarlo: si è mai domandato Giorello se tutto quello che ci frulla per la testa sia veramente libero di accadere o non è forse vero il contrario? Ma lasciamo stare. Libero o meno, il pensiero accade in ogni caso, e questo è incontrovertibile.

giovedì 10 gennaio 2019

Se sei davvero ateo, dicevo, non puoi pretendere di avere santi a cui votarti, nemmeno laici. Quando facevo l'ateo materialista mi dicevo anch'io che in assenza di Dio l'opzione etica andava esercitata dai laici e dalla loro sola responsabilità individuale, tuttavia, stando così la questione, l'eticità che ne derivava non aveva alcun carattere di perentorietà rispetto alle altre, non poteva pretendere di imporsi stabilmente su alcunché, e allora qualcuno avanzava l'ipotesi che fosse possibile un'eticità che avesse come guida le conclusioni incontrovertibili della scienza. Per fare un esempio: la scienza dice che l'embrione non è una persona, allora è giusto servirsene per scopi scientifici a fin di bene. No, non era quello il punto. Nemmeno la scienza può spiegare incontrovertibilmente che cos'è una persona, il punto della questione era un altro, e cioè che nemmeno il discorso di fede, essendo la fede una conoscenza creduta, poteva dire alcunché di certo sulla persona e sull'embrione in quanto tale. Spero di essermi spiegato.

La morte termica

Tannhäuser attaccò subito con la filippica: « Le case editrici oggi pubblicano solo merda!» si interruppe un attimo per scrutare l'effetto sull'interlocutore, niente, ripartì ancora più avvelenato: «Sì, merda!, e a forza di pubblicare merda ti convincono che è crema al cioccolato alla nocciola, perché la vedi lì in vetrina, con la sua bella copertina, il fiocchetto e tutto il resto e allora pensi che se si sono presi la briga di stamparla e di scomodare il cristo in persona allora varrà qualcosa e invece è solo merda più merdosa delle altre perché oltretutto per quel merdoso di libro di merda hanno dovuto abbattere un albero che non se lo meritava, poverino, di finire al trancio per un merdoso libro di... »
Perignon lo guardò basito, era rimasto abbacinato da quel nubifragio scatologico, l'altro riattaccò: « ...ma chi lo sa più apprezzare oggi un Gadda, un'Adalgisa, una Meccanica, una Cognizione del dolore... »
« ...del dolore» ripeté meccanicamente Perignon ormai mesmerizzato al massimo.
« ...e la colpa sai di chi é? »
« Di chi è? »
« Della scuola! »
« Ah! »  
« ... e della mediocrità dei professori che invece di starsene a casa a leggere Gadda se ne vanno in giro su Facebook a mettere i cuoricini al biopic di Freddie Mercury, buonanima, perché mica s'ascoltano Monteverdi, macché, si ascoltano i Queen, che va ben, me li ascoltavo anch'io, ma cosa vuoi che ci capisca dei residui e della derivate e dello Zeitgeist che muove la storia uno che ascolta i Queen? »
« Eh... »
« Per non dire di quell'altro che va in televisione a sparar cagate su Hegel... » alla parola "Hegel" a Perignon gli si formò l'immagine sfocata d'un pastrano, due occhiaie e di tutta la polverosa rimembranza del secolo diciannove, l'epifania in qualche modo lo sconvolse: « Hegel! » esclamò contento come se avesse detto « Eureka! »
Tannhäuser imperterrito emanò la sentenza: « L'umanità si merita la morte termica »
Perignon scolò l'ultimo sorso di birra e ruttò a conchiudere la questione.

(dedicato a Iceageiscoming)

La vita reale è questa: la prima volta che mi sono presentato al lavoro il collega senior disse al venditore dandogli di gomito: “quella barbetta lì è buona per quando lecca la figa”. Io lasciai cadere la cosa perché lì per lì non mi aprì alcuna rêverie, in seguito, vedendo che l’argomento sessuale veniva da me sistematicamente eluso, pure lui si rassegnò, tant’è che adesso parliamo del tempo e di cucina. Io ancora adesso lo guardo e non mi capacito che sia la stessa persona di cinque anni fa. La vita reale è fatta di sangue e merda, non è perché sei intellettuale che la vivi in punta di fioretto. La realtà è tutto, dalle vette più alte del pensiero alle quote più terrestri degli organi chiavanti, chi si lascia dietro una delle due si perde un bel pezzo di vita.
Vi dirò, l'urlo etico di Cacciari, quel "vergogna!" urlato in faccia alla Buongiorno, non mi ha detto niente. Anzi, è proprio Cacciari che dovrebbe sapere che l'etica è un flatus vocis, una struttura vuota che non rimanda a nulla, che poi convenga farsi umani rimane un'opzione, anche lodevole, ma che non possiede i crismi di alcuna perentorietà (se sei un vero ateo devi trarne tutte le conseguenze: non ci sono santi a cui votarsi, nemmeno laici).
Visto che dei 27 lettori fissi di sicuri me ne sono rimasti 3, Malvino, IceAge e un'altra amica, io direi che si potrebbe fare un gruppo whatsapp che si fa prima.
Briatore: "Niente università per Nathan Falco, lo formerò io, non mi serve un laureato". Laureato all'università della vita, come me.

martedì 8 gennaio 2019

Antoine! Antoine! non ne posso più!… Ti supplico, lasciami, tesoro mio!… Fa attenzione!… Non farmi un marmocchio!… Sono tutta fradicia!…” Lei protestava, ma era tutta una commedia!… “E va be’! E va be’! carognaccia! chiudi il becco! Apri il culo!…” Lui manco l’ascoltava, la confortava, a corto d’amarena, con tre belle pacche nel credenzone della pancia… Che rimbombava sordamente… A lei toglieva il fiato, alla troia… Soffiava come un mantice… Mi chiesi se per caso non l’avrebbe accoppata… finita lì sul posto… Le stava rifilando una di quelle scariche mentre l’impalava. Tutti e due ruggivano come bestie feroci… Lei prendeva la sua parte. Robert stava sudando freddo. Scendemmo dal nostro trampolino. Ce ne tornammo al bancone. Facemmo i finti tonti… Avevamo voluto un po’ di spettacolo… Eravamo stati serviti!… Soltanto, era pericoloso… Quelli stavan continuando la corrida. Scendemmo in cortile… a cercare il secchio e la scopa, diciamo così per scopare la stanza… Entrammo dalla portinaia, preferivamo non esserci, lì, nel caso l’avesse strozzata…"

- Céline, Morte a credito

(e io che mi facevo problemi quando scrivevo di quella che nei momenti di malinconia ci infilava dentro le cucuzze, continuerò a scriverne di ben peggiori, la vita va onorata con il grottesco)

(sto preparando un blog di soli racconti sporcaccioni, un giorno vi darò l'indirizzo)
Che a me stia simpatico l’accusato, cioè Kevin Spacey, non dice nulla sulla verità dei fatti, tant’è che l’accusante manco lo conosco e per questo non posso andare a simpatia. Però una cosa è certa, che fra processo e accertamento della verità non esiste alcuna connessione necessaria, anzi, è più facile il contrario, che il processo occulti più spesso la verità. Non credo nella giustizia (e quindi nemmeno nelle crociate).

Libero arbitrio vol. 1

Premetto che io non credo nel libero arbitrio però la libertà mi piace pensarla e che mi piaccia pensarla dimostra proprio che non posso decidere altrimenti.

La libertà non è un’invenzione moderna, la libertà c’era anche ai tempi dell’Inquisizione. Nel medioevo cristiano la libertà di scegliere fra il bene e il male era il presupposto indispensabile per guadagnarsi la vita eterna, la responsabilità di fronte a Dio era individuale. Senonché il concetto entrava in contraddizione con quello di onnipotenza divina: se Dio è onnipotente non può essere limitato nel suo giudizio da quello delle sue creature mortali che agendo nel bene si guadagnano da sé la salvezza limitando di fatto l’onnipotenza del loro Creatore. Lascia stare che per ribattere i teologi rispondevano che Dio aveva scelto deliberatamente di donare il libero arbitrio alle sue creature, così da metterle deliberatamente in un mare di guai, la cosa era talmente poco convincente che i protestanti pensarono altrimenti: Dio, nella sua infinita onnipotenza e onniscienza, ha già deciso da sempre chi salvare e chi condannare, ognuno di noi è già predestinato dalla nascita.

Tuttavia un ulteriore problema limitava di fatto l’onnipotenza di Dio, l’esistenza del suo principale rivale: il Demonio. Il Demonio agisce nel mondo per rovinare i piani di Nostro Signore, il mondo diventa allora un agone di battaglia, e se esiste un potere in grado di contrastare anche solo temporaneamente quello dell’avversario, allora l’onnipotenza di Dio viene di fatto contraddetta e a voglia di riconquistare la fiducia in un potere che da onnipotente si riduce ad essere incerto.

Come vedete, dal libero arbitrio discendono solo grattacapi, ex falso quodlibet, da una premessa falsa seguono contraddizioni a piacere, per non dire proprio a valanga. 

Che poi noi atei moderni con la nostra scienza che va a ricreare in concreto quella potenza divina un tempo solamente sognata ci sentiamo veramente liberi e padroni del nostro destino è un’altra povera chimera che costituirà l’oggetto della prossima puntata. 

Arrivederci e grazie.
Il mondo come sussidio e disoccupazione.

domenica 6 gennaio 2019

La struttura originaria

Tentativo di argomentazione che andrà passato al vaglio della ragione: la struttura originaria che genera le derivate non è di natura economica come intendeva Marx ma di natura fisiologica, è la voglia di riprodursi, cieca e irresistibile, originaria rispetto all’individuo e alla società. E fin qui siamo dalle parti di Schopenhauer. Se questa voglia di riprodursi viene in qualche modo negata comincia il lungo percorso della nevrosi che può anche sublimare in qualcosa di buono oltreché di cattivo. E qui siamo dalle parti di Freud. Negli uomini basta poco per portarla alla luce perché è socialmente più tollerata rispetto a quella delle donne, che ancora viene vissuta come sconveniente. La donna viene giudicata male, l’uomo invece deve cacciare, mostrare gli attributi, la donna nascondere le vergogne. E qui ho perso il filo.

Il nulla non è

Se il nulla non è allora nemmeno il nulla di questo particolare momento potrà mai realizzarsi nella realtà, perché il nulla è niente, il nulla come significato indica il totalmente non essente. E' una lettura sbagliata quella che pensa che le forme momentaneamente presenti nella realtà cadano nel nulla, che si disgreghino in atomi e si riaggreghino in altre forme, nemmeno le forme provvisorie possono annullarsi in quanto forme. Il divenire delle cose, il loro mutare, va letto non come diventare niente e uscire dal niente ma come apparire e scomparire di un eterno che tuttavia non è l'eterno della tradizione filosofica e teologica, l'eterno in questione è il destino necessario dell'essente impossibilitato a divenire niente. Il paradigma atomico, di conseguenza, è solo uno dei molto modi di interpretare l'accadere dei fenomeni, il più congeniale al momento ma in continuo divenire, come dimostra la storia stessa dell'atomo dal suo primo modello deterministico a quello odierno probabilistico. 

Mi concederete almeno che è scritto bene.

sabato 5 gennaio 2019

La caccia al fagiano

Come detto, il nonno andava a caccia ma quando era in giro lui la selvaggina, chissà com'è, si faceva prendere dalla frenesia e non si faceva accoppare troppo volentieri, sicché i fagiani a casa nostra conservavano il loro status mitico di chimere, come l'unicorno o il leone con la coda di drago. Io stesso per farmene un'idea sfogliavo le enciclopedie dei ragazzi che tuttavia erano piene di mucche e di animali domestici e da compagnia, cosicché finii per domandare alla nonna che me ne rese però un'idea un po' sui generis, talché dapprima lo confusi con il pavone. In realtà qualche fagiano accoppato finì poi per trovare la via di casa ma eran fagiani fin troppo sani e pasciuti, come se fossero stati allattati col biberon, il che fece sorgere più di un dubbio riguardo alla loro estrazione sociale. L'unico che si divertiva come un matto era invece il nostro breton che almeno poteva approfittarne per scorrazzare libero per i campi e uscire dal metro quadrato in cui era stato sacrificato dall'infinita magnanimità del cacciatore. Al tintinnare del guinzaglio partiva sparato con le zampe didietro infilando la portiera della macchina, non prima di averci girato attorno due volte come un razzo che ha smarrito il suo giroscopio, il breton che aveva le frange sotto le zampe come un giubbotto di Little Tony, che sulla flora locale avevano l'effetto del velcro, cosicché tornava dalla caccia con certe pigne incastrate nel pelo che ogni volta bisognava tosarlo alla bene e meglio, e a lavoro finito sembrava scampato a un tosaerba. Ma il nostro breton non serbava rancore, manteneva il suo sguardo fiducioso sul mondo ansimando con la lingua di fuori, ottimista contro ogni evidenza e con una zampa più sforbiciata dell'altra. Son così belli quando fan così, gli manca solo la parola, e allora forse avrebbe tirato una madonna. Red, si chiamava, perché aveva il pelo rosso. A quel punto che il fagiano fosse di fosso o dall'allevamento poco importava, tenerlo in bocca per lui era stato il coronamento di un sogno, il compimento della sua vera natura. Aveva muso e testa quadrata e temperamento esuberante, per la verità un poco bambagione ma chi non ha testa abbia gambe. Gli piaceva la pasta col sugo di cui di solito rimaneva solo la pasta, sbiancata come fosse stata lavata in lavatrice, e le mele sbucciate. Il nonno intanto badava al suo sovrapposto smontandolo e ingrassando le canne con un olio speciale che all'averlo saputo i fagiani avrebbero fatto la fila per essere sparati da lui. Animale ingrato, il fagiano. 

venerdì 4 gennaio 2019

La nonna Rita, mia bisnonna, aveva un Telefunken color crema con delle manopoline che sembravano dei capezzoli, uno per cambiar canale, uno per il volume, l'altro per la luminosità (sta mia tucar ca s'romp!), dietro quello per la sintonizzazione, processo laborioso quanto infilare una supposta in una balena. Dentro, un po’ sfocati come in un acquario dal vetro smerigliato, nuotavano tutto il giorno in bassa fedeltà Macario e Gilberto Govi, più il festival di San Remo con Pippo Baudo. Aveva solo due canali: Rai 1 e Rai 2, quando lo teneva spento lo copriva con un centrino, come una cassettiera qualunque, che a ripensarci non aveva tutti i torti.
Siccome poi le teorie politiche, per quanto illustri, sono tutte opinabili nella loro volontà di dare un certo senso al nudo accadere dei fatti, allora si ripiega tentando di psicanalizzare i personaggi della politica per cavarne fuori dei profili antropologici che vanno bene giusto per farci sopra la commedia ma poi non smuovono di un millimetro l'auspicato corso degli eventi.

L’ultima boiata

Ho appena letto del “Bird Box Challenge”, la prova provata che la modernità sarà pure la derivazione ma il residuo è sempre lo stesso: la deficienza.

Coordinate

Bird Box Challenge: dalla serie di Netflix con Sandra Bullock in cui per evitare il contatto visivo con gente che istigherebbe al suicidio madre e figli se ne vanno in giro bendati “a fari spenti nella notte”. L’hashtag del momento sui social che contano, gli emulatori che se ne vanno in giro a sbattere contro i pali della luce.

Teoria dei residui e delle derivazioni: teoria di Vilfredo Pareto secondo cui le diverse società apparse durante la storia sarebbero le derivazioni degli stessi sentimenti umani, i residui, che si esprimono identici in forme diverse.
La Supercoppa italiana tra Juve e Milan, il 16 gennaio allo stadio King Abdullah di Gedda. E i diritti delle donne? Denaro e libertà non vanno propriamente a braccetto come si aspettano i liberali classici (sia detto questo senza proporre come cura il socialismo reale che anzi è il veicolo prediletto dei totalitarismi).

Il bambino

La mia tesi è che il confronto fra la vita odierna e quella quotidiana nel medioevo metta bene in risalto i miserrimi che eravamo un tempo e i cretini che siamo diventati oggi pensando di averla scampata, quella miseria. 

I bambini, per esempio. Dice il professore che nel medioevo (come del resto in tutta l’antichità) c’è una scomparsa della figura del bambino, raffigurato negli affreschi con fattezze da adulto, come gli angioletti seriosi affrescati sui muri delle cattedrali dell’alto medioevo, bisognerà aspettare il rinascimento per assistere alla rappresentazione gioiosa del putto. Si avanza l’ipotesi che data la miseria nera in cui versavano le famiglie il bambino fosse più un peso che quell’odierno animaletto da compagnia però destinato a parlare, a differenza del cane (quest’ultima parte del cane è da ascrivere al mio cinismo). Il bambino nel medioevo era un uomo da svezzare in tutta fretta perché potesse concorrere alle fatiche del lavoro quotidiano, in più morivano come gattini, sopravvivere all’infanzia era così difficile che nell’età adulta ci si poteva davvero scorgere un segno della grazia di dio.

Oggi no, oggi con tutta la nostra scienza fabbrichiamo gente sana così che possa morire male ma in tutta comodità (daje col cinismo).

mercoledì 2 gennaio 2019

Medioevo

Leggevo in questi giorni La vita quotidiana nel Medioevo di Robert Delort, un classico, scritto negli anni ‘70 e pubblicato in Italia vent’anni dopo.

Il capitolo sulle strutture mentali è interessante. Il peccato nella sua concezione cristiana è dappertutto, l’inferno molto vicino perché la morte è ovunque. La nevrosi fondamentale dell’uomo medievale è allora il tentativo di guadagnarsi la salvezza, per cui ecco i praticanti puntigliosi e quelli che pensano di potersela cavare recandosi in pellegrinaggio per farsi cancellare gli addebiti. La morte non stupisce, è un fatto così normale che viene accettato come un’abitudine, la vita terrena non vale nulla, non è qui la felicità, si vive in funzione della vita eterna che però va guadagnata. Molti sono gli osservanti, molti ugualmente i peccatori, ma si pecca pensando già all’espiazione. Tuttavia ci sono anche i non credenti e i fatalisti: se Dio è onnisciente allora conosce già chi verrà salvato, per cui inutile darsene pena. Gli argomenti a favore del libero arbitrio non convincono tutti perché sono complessi, chi non li accetta vive come se nulla fosse mantenendo solo la prudenza necessaria per non essere scambiato per un demonio. Il demonio, appunto. Ci sono anche i suoi adoratori, gli stregoni e i seguaci delle pratiche magiche che vengono credute proprio in ragione della credenza diffusa in un aldilà popolato da spiriti. Si crede nel demonio perché implicitamente si crede in dio, e viceversa. Gli Inquisitori sanno che il diavolo esiste. I ricchi, in tutto questo, sono spaventati dalla massima per cui “gli ultimi saranno i primi” così che per tentare di scamparla sovvenzionano la costruzione dei luoghi di culto e c’è perfino chi si spoglia di tutti i beni per guadagnarsi la prima fila. In genere anche i comportamenti più cinici sono contraddistinti da un qualche elemento di riparazione in vista della vita eterna, noi oggi diremmo per superstizione, ai tempi perché la salvezza dell’anima era questione seria e ampiamente creduta. Sopravvivono in ogni caso, accanto ai precetti del cristianesimo, le credenze pagane, i miti di mago Merlino, delle foreste druidiche, ecc., tutti però sorvegliati e rimaneggiati dal sentimento cristiano.

Nel medioevo, a scanso di equivoci, si viveva male, all’immagine retrograda diffusa dall’Illuminismo oggi si affianca quella mitica diffusa dal romanticismo di ritorno, ma c’era poco da mitizzare, ad ogni epoca le sue miserie.
Così come nel medioevo la nevrosi dominante era la ricerca della salvezza dell’anima e la vita terrena solo una dolorosa condizione di passaggio, la nevrosi dominante dei tempi moderni è la ricerca di una felicità solo terrena, l’unica e la sola praticabile, con conseguente ansia da prestazione e sincope dell’eterna giovinezza, più l’immancabile e schiacciante senso di colpa quando non si riesce proprio di sentirsi felici così com’è previsto dal senso comune. Follie. L’uomo moderno, il contemporaneo, non ha più intelligenza dei propri scopi di quello medievale, la scienza è una vicenda che non consola, non più di un pellegrinaggio in terra santa, per chi ci crede.

Pianura

La Pianura Padana era come un grande tagliere di terra su cui avevano inciso a bulino i fossi e le strade, fatta salva la ferita più profonda degli argini del Po, la cui imponenza era lì a testimoniare la paura che incuteva il grande fiume, serpeggiante fra le golene e i condotti di sfogo delle centrali elettriche. Nessuna cosa rilevante accadeva in pianura se non anni prima la costruzione di quelle grandi centrali che avevano riversato nel Destra Secchia intere famiglie di operai provenienti da Gela. Una di queste famiglie si stabilì nei paraggi del nostro cortile, apparvero dal nulla due graziose ragazzine che rispondevano al nome di sante piuttosto improbabili e mai sentite prima da orecchi mantovani, una di loro divenne la mia migliore amica. Ma questa è un’altra storia. La vita sembrava scorrere placida senza che fosse regolata da alcun principio di autorità che non fosse una quieta e paciosa convivenza civile, si spettegolava sui vicini e si discuteva di politica ma giusto quel tanto per non annoiarsi. Quando c’era bisogno ci si aiutava, come a ricordarsi che un tempo si era stati tutti contadini dimenticati da dio e se c’era da prestare una zappa non si facevano storie. Il motorino era l’unico svago ma io non sapevo andarci, in bici invece imparai a quindic’anni. Gli anni ‘80 irrompevano dai televisori e dai videogiochi cabinati dei bar. La domenica andavamo al cimitero e a me sembrava una gita di piacere. C’erano delle cose interessanti, lapidi dalle forme stravaganti e certi lumicini verdi che sembravano lanterne alimentate all’assenzio. E poi l’odore marcio dei gambi dei fiori. Ma c’erano anche cose più vitali, c’era la bionda con le sue cosce leggendarie e la vicina di casa che prendeva il sole in costume sopra il garage, che quando saliva la scaletta le si muoveva tutto il posteriore, come una gatta. E poi c’era il mercato, lì c’era il signore in grembiule bianco che mi faceva assaggiare il grana, il banco dei bottoni dove mia nonna si fermava a spiluccare. La pianura osservava impassibile, piena di frumento e di granturco mentre la bisnonna si preparava il caffè d’orzo. Non ci credo che è andato tutto perduto, ritorneremo a casa, un giorno, e sarà una festa.

Windy town

Como è una città ventosa. In quel ramo del lago di Como che volge a settentrione, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e il rientrare di quelli ci si incanalano i venti che vengono dai Grigioni come dentro un tubo e per effetto dell'elevatissima irradianza, data dal concentrare una grande potenza in un'area molto piccola, permette ai venti di Como il taglio, l'incisione e la saldatura di metalli, come nei raggi laser. Scherzo. Però è fastidioso. 
Avrei bisogno di una segretaria che mi tenesse conto degli appuntamenti dell'agenda politica così da sottopormeli per tempo per il commento e invece così son rimasto indietro, e quota cento, e la cittadinanza e la legittima difesa, su ognuno di questi converrebbe scriverci un trattato e invece io non tengo più la voglia e nemmeno la garra, sono diventato come il papa, vogliamci bene fra di noi e tutto il resto è noia. Ho letto a letto e pur col memory foam m'è venuta una cervicale, tocca prendere l'ibuprofene. E se fosse invece che sto rimminchionendo, che il mondo va davvero inseguito per cambiar la storia ma è la mia testa che più non coglie? La segretaria, mi raccomando, graziosa, con gli occhi scuri e la boccuccia ciliegina, e due zinne tante.

martedì 1 gennaio 2019

A me verrebbe con il nuovo anno di scrivere solo cose complicatissime di filosofia ma poi lo so che saremmo forse solo in due a contemplare la bellezza del quadro elettrico come due ingegneri nucleari di fronte a un diagramma di Enormous Shwanzstucker, quindi mi limiterò.