sabato 28 febbraio 2015

Oltrepassare

Tanto per ricollegarmi al post precedente, si pone un'annosa questione: come facciamo a confutare l'esistenza di Dio? Sempre che dobbiamo confutarlo per forza. Gli atei generalmente sono molto sensibili al problema della persistenza del male: per esempio, come può esistere un dio che permette che muoiano degli innocenti? Non è argomento inoppugnabile in sé, è noto che un dio onnipotente avrebbe ben diritto di richiamare a sé le sue creature e che la vera misura del bene e del male, in ultima analisi, non sarebbe nella disponibilità dell'uomo, il quale non sarebbe altro che plastilina nella mani del demiurgo. Oggi come oggi più facile negare l'autorità religiosa e la sua pretesa di farsi guida morale, rimane però intaccata la questione ultima dell'eventuale esistenza di un dio, nella sua forma spinoziana, deista, hegeliana, personale e via dicendo. E infatti un qualche dio persiste pur sempre anche nella civiltà secolarizzata là dove si annida la possibilità della sofferenza e dell'annientamento (ma pure nella disinteressata contemplazione del cosmo), poiché non è bello soffrire, non è bello sparire per sempre da un momento all'altro. Gli atei si costringono eroicamente a negare ogni speranza, questo fa loro onore, rimane un bel gesto, ma può il bel gesto ergersi a verità incontrovertibile? Non si capisce bene su che basi. Perlopiù, io dico, si tratta invece di passione 'sportiva', di questioni personali fra l'ateo e il devoto. Penso dunque che possiamo lasciarci alle spalle la questione dell'ateismo come inessenziale, i vari Odifreddi con le loro solide certezze scientifiche (come se si potesse confutare per via scientifica qualcosa che non si mostra per via empirica; nel caso di Spinoza, per esempio, dio sarebbe lo stesso esperimento che osserva impassibile l'ingegnoso tentativo di confutarlo) e i vari chierici di ogni ordine e confessione con la loro pretesa di legislazione universale: se abbiamo sempre meno bisogno di un dio, avremo via via sempre meno bisogno degli atei (la secolarizzazione, la destinazione alla tecnica, è un nemico ben più inesorabile).

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