In Nuova Enciclopedia alla voce "Dolci", l'elogio del pane (e dei dolci).
Che gl’inglesi divorino salacche affumicate, pezzi di lardo e carni crude senza frapporre a questi cibi trogloditici il civile correttivo del pane, denuncia una persistente barbarie dietro quella speciosa civiltà.
I dolci invece ci fanno dimenticare la bestiale necessità del cibarsi.
Nell’ordine dei cibi il dolce tiene il luogo del vizio, meglio ancora di un peccato è il caso di dire dolcissimo. Non è senza una precisa ragione che il dolce viene alla fine del pasto. I dolci noi non li accettiamo se non saziata la fame, placata la necessità. Implacata ancora in noi la fame, i dolci e comunque le sostanze zuccherate ci ripugnano al solo guardarle. Le bestie che non mangiano se non per nutrirsi, rifiutano i dolci. Del pari gli uomini bestiali, i quali terminano il pasto sul formaggio. [...] Il dolce fa dimenticare quel che di necessario e dunque di cupo e di mortale è nell’operazione del nutrirsi, ci riconcilia con la parte divina della vita e fa rifiorire in noi il riso.
E dopo il dolce arriva la frutta, successione piena di buon senso. La poesia del dolce è troppo cerebrale, "onde sciolti da quella divina pazzia, torniamo per merito della gentilissima Pomona alla poesia più mite e tranquilla della terra." (Pomona è la dea romana dei frutti).
Antefatto: un'amica, invitata dal nostro in pasticcieria, rifiuta l'invito proferendo le mortali parole: "Grazie, ma non ho fame". I dolci non si mangiano per fame ma per galanteria.
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