Io lo zio bottaio me lo ricordo, un gilè e un cappello che teneva anche in casa, una casa bassa e buia, da vecchi, piena di polvere e di poltrone rancide e sudate. Ci aveva costretto mio nonno ad andarci, a me e a mia nonna, che almeno una volta nella vita bisognava andar a trovare questo parente, un pellegrinaggio. Io della realtà, già a quei tempi, non ci capivo niente, me ne stavo semplicemente a osservarla imbambolato, come una cosa che m'assaliva, dovevo essere stato un pochino tardo o giù di lì, nello spettro autistico, un artista, come quando andavamo a trovare una cugina di mia nonna e io me ne stavo tutto il tempo a guardare la sveglia con il galletto che andava su e giù, un galletto dentro la sveglia vicino alle lancette dei minuti, che andava su e giù, su e giù. Ad avercela oggi, quella sveglia, a risucchiarla di getto dal magazzino del passato, galletto e tutto, ci starei a fissarla per delle ore, tic, tac, tic, tac, tic, tac, chicchirichì! Lo zio bottaio, nel frattempo, perduto, perduto anche lui nelle cose che non sono più, forse mai esistito veramente, un'ombra, un sogno, un'impressione. Era estate. Mio nonno doveva avere ancora l'850 coupé. Forse quell'anno era uscito E.T. O forse quando era uscito E.T. aveva già l'Alfasud. Forse non era nemmeno estate, ma dico estate perché a naso noi s'andava in gita solo con la bella stagione. A seguire altri ricordi sfusi, non son più in grado di tenere un discorso organizzato, mi si è disancorata tutta la sintassi del cervello, è segno.
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