giovedì 5 giugno 2014

Radix malorum est cupiditas

Talvolta, mosso da improvvisi sprazzi di lucidità, riesco ad abbracciare l'intera vicenda della mia vita dandole la forma di un lungo incubo persistente, in cui i fatti, gli affetti e i ricordi che in ultima analisi costituiscono la mia peculiare identità si dissolvono rapidi come sottilissime nuvole di fumo e mi ritrovo ad essere quel niente che in realtà sono, un luogo come tanti in cui si affastellano ricordi e nulla più. Diamo fin troppa importanza agli affetti in quanto marcatori della nostra identità, considerando come casi speciali l'abitudine a chiamare qualcuno "madre", "padre", "figlio" o "sorella" (quando non anche "moglie"!), ma tolto il caso speciale e le pressioni ambientali che ci impongono di riconoscerle come le uniche cose che contano veramente nella vita, di queste figure, dicevo, resta meno di quello che pensiamo. Allo smemorato colpito da amnesia, che ha smarrito la trama dei suoi ricordi e il filo delle sue abitudini, gli si potrà mettere davanti anche la figlia ma questi non saprà distinguerla da una qualsiasi altra infermiera del reparto di psichiatria. In certi lagrimosi film americani allo smemorato in questione la potenza primordiale dell'amore, scolpita nel suo essere come la più in sé delle cose in sé, dischiude le porte della ritrovata lucidità mentale (e vissero tutti felici e contenti). Voi direte: discorso eccessivamente cinico. Mah, diciamo che la mia anafettività galoppa e in fondo al rettilineo, laggiù, oltre l'ultima curva, comincio a intravedere il traguardo e la fioca luce di un nirvana, o qualcosa del genere (non ho più brama alcuna, per questa o altre vite).