martedì 20 gennaio 2015

It from bit

[avvertenza: chi non sia interessato può saltare e attendere il prossimo post sul papa, il quale, al confronto di quanto segue, è di una banalità mostruosa] 

E' interessante questa filosofia digitale. Non si trova molto al riguardo in Italia se non un agile libello in edizione molto economica stampato su carta quasi igienica: "Bit Bang - La nascita della filosofia digitale" di Giuseppe O. Longo e Andrea Vaccaro*. Il libro è scritto molto bene, di gradevole lettura e capace di mantenere alto l'interesse fino all'ultima pagina.

"Fondamentalmente stiamo facendo filosofia pre-socratica. [...] Stiamo assistendo a un ritorno alla filosofia pre-socratica, con la sua enfasi sull'ontologia, piuttosto che sull'epistemologia. Stiamo assistendo a un ritorno della metafisica. Una metafisica forse morta nella filosofia contemporanea, ma viva e vegeta, abbastanza sorprendentemente, nella fisica fondamentale e nella cosmologia contemporanea". Gregory Chaitin.

L'idea fondamentale è molto semplice: tutto è bit, tutto è informazione. E in effetti, con l'avvento della meccanica quantistica da una parte e dei computer dall'altra, l'idea che potesse esserci una qualche forma di corrispondenza fra bit e particelle subatomiche (e cioè fra quanti) non poteva sfuggire all'intuito di qualche scienziato particolarmente arguto. Il richiamo alla filosofia pre-socratica riguarda l'arché. Come i pre-socratici, infatti, i filosofi digitali sono tutti impegnati ad individuare il principio ontologico fondamentale che sorregge la realtà, e lo individuano, appunto, nel bit (e quindi nell'algoritmo rigorosamente booleano). Trattasi di filosofia che nasce dalle curiosità ontologiche della fisica e della matematica spinte ai loro limiti estremi, e questo non può che essere un bene. Che fra i padri della prospettiva digitale vi sia poi John Archibald Wheeler, già pioniere della gravità quantistica, non fa che rendere la cosa ancora più interessante.

Wheeler suggerì il principio antropico partecipativo, una versione irrobustita del principio antropico forte, al quale aggiunse che gli osservatori sono necessari all'esistenza dell'universo, perché sono necessari alla sua conoscenza: gli osservatori di un universo partecipano attivamente alla sua esistenza. (qui riecheggiano Kant e tutti i correlazionisti, ma solo per via del fatto che la meccanica quantistica ha abituato i fisici a pensare in termini di effetto osservatore).

Se tutto è bit allora tutto è computabile, la trama della realtà non è continua ma discreta (digitale, appunto) e l'universo si comporta come un grande calcolatore (Dio è il Grande Programmatore). Ma rimane un ultimo residuo fisico, perché ogni buon scienziato, diversamente da Berkeley, difficilmente riesce a sbarazzarsi della consolante idea della materia: esisterebbe un sinolo "materia-informazione", se non altro perché l'informazione di cui sarebbe composta in ultima istanza la realtà avrebbe bisogno di un supporto fisico per essere veicolata (altro che pre-socratici, qui siamo in pieno aristotelismo!). Io invece vedo sempre più dileguarsi anche la materia nelle indefinite nebbioline della probabilità quantistica, ai posteri l'ardua sentenza!