sabato 17 maggio 2014

Da molto tempo siamo, per così dire, in una fase di ubriacatura da libertà, l'umanità è come un giovane che pensa di poter essere padrone del proprio destino, artefice della propria fortuna. Non si avvede che è determinato più di quanto pensi di poter determinare e, se solo se ne avvede, fa di tutto per ricacciare lontano questo pensiero per lui disturbante e crea dei grandi racconti consolatori, quali le ideologie rivoluzionarie o la fiducia nelle proprietà emancipatorie della scienza e del libero mercato, l'ho fatto anch'io e lo so bene e cioè credere che potessimo darci volontariamente la libertà e questo fosse l'ideale più alto. Guarire da questo malanno è come farsi passare il mal di testa o togliersi un dente che duole, chi ha imparato a morire ha disimparato a servire (non è Terzani, è Seneca). Io posso capire che i giovani filosofi si mettano a scrivere dei libri sulla necessità di avere coraggio e tengano in gran disprezzo l'ignavia e la codardia, la giovinezza è l'età in cui più si è vittima delle proprie suggestioni e dei propri entusiasmi. La cosa invece che più mi da fastidio è questa accusa di fatalismo che ti piomba addosso come una colpa, come se si trattasse di vilipendio, ma la libertà non è un diktat, molteplici sono le strade che portano alla liberazione e in questo senso è liberatorio anche il liberarsi dalla religione della libertà. Tutta questo agitarsi attorno all'idea di libertà è un segno di una diffusa patologia che in questa società assurge invece al ruolo di attestato di sana e robusta costituzione psichica. Libertà del popolo, libertà dal popolo, liberalismo, dei giganteschi happening di autosuggestione, palliativi contro la dolorosa incombenza della meditatio mortis.