giovedì 15 maggio 2014

Come dicevo al telefono, tanto Grillo prima o poi ci tocca, se non è oggi sarà domani, lo puoi arginare giusto un paio di volte ma prima o poi ci tocca (ne abbiamo già viste tante, ci toccherà di vedere anche questa). Oggi ascoltavo Serge Latouche e la sua idea di decrescita felice o se volete di miseria controllata (ma guai a dirlo perché saremmo noi in malafede), una sorta di ritorno alle virtù del console Cincinnato, l'agreste coltivatore dai saldi principi morali, austero, frugale, incorrotto e incorruttibile, che traeva il suo acume politico dall'energia stessa della terra, seppur convertito al vegetarianesimo. Gli animali no perché soffrono e vuoi che non soffrano anche le piante? Ci ridurremo a mangiare uova e formaggio, addio cistifellea (sempre che non s'intromettano i vegani). Virtuosi i vegetariani, virtuosi i contadini minacciati dagli OGM, virtuosi gli artigiani sterminati dall'Ikea, le virtù socratiche, il giusto mezzo, Gaia, Maderakka e la Madre Terra, una sorta di comunità amish globale. Insomma, la decrescita felice è l'ideologia della frugalità virtuosa e della ricchezza peccaminosa, il classico fare di necessità virtù, come se gli antichi, come detto, fossero stati più virtuosi di noi in quanto buoni in sé e non già perché impossibilitati a disporre dei mezzi per innescare la rivoluzione industriale (la genealogia materialistica della morale, se siamo buoni è perché ce lo possiamo permettere). E' questo un tentativo di fondare un nuovo umanesimo e cioè di rendere il sistema più umano, per rimettere al centro i bisogni dell'uomo e così facendo pensare di poter riprendersi il trono, di indirizzare moralisticamente scienza ed economia quando scienza ed economia sono un'ipostatizzazione della nostra stessa essenza per cui attentare al loro vigore è un po' come attentare al nostro (per dirla alla Nietzsche, se muore la volontà di potenza muore anche l'uomo).