sabato 7 marzo 2015

Il Nietzsche spinoziano

"Gli uomini credono di essere liberi per questa sola causa, che sono consci delle loro azioni e ignari delle cause da cui vengono determinati". L'esempio è quello classico illustrato dallo stesso Spinoza: siamo un po' come sassi che sono stati scagliati in aria, ognuno segue la sua traiettoria. Per il fatto di essere coscienti ci rendiamo conto che ci stiamo muovendo ed essendo coscienti di muoverci pensiamo che sia la stessa cosa di averlo voluto (molto interessante questa lezione del prof. Sini, fra i massimi esegeti del pensiero spinoziano). Ci sarebbe dunque questo fil rouge che lega Spinoza a Schopenhauer e Schopenhauer a Nietzsche e a Freud, tutti più o meno convinti che la volontà degli uomini, lungi dall'essere libera, sia in realtà determinata da pulsioni fisiologiche (Nietzsche), psichiche (Freud), se non addirittura metafisiche (Schopenhauer).

Perché abbiamo chiamato in causa anche Nietzsche? Non è forse Nietzsche, si dirà, il campione del libero arbitrio e della libera volontà di potenza? Questa è l'interpretazione di un certo pensiero ermeneutico novecentesco che ha voluto fare di Nietzsche una sorta di satiro, di aedo della liberazione degli appetiti e dell'istintualità, ispiratore del '68 nonché della beat generation. In realtà ci sarebbe dell'altro, su un piano ancora più profondo: "[...] Nessuno è responsabile della sua esistenza, del suo essere costituito in questo o in quel modo, di trovarsi in quella situazione e in quello ambiente. La fatalità della sua natura non può essere districata dalla fatalità di tutto ciò che fu e che sarà. Egli non è la conseguenza di un personale proposito, di una volontà, di uno scopo, non è che con lui si faccia il tentativo di raggiungere un «ideale d'uomo» o un «ideale di felicità» o un «ideale di moralità» [...] Si è necessari, si è un frammento di fato, si appartiene al tutto, si è nel tutto [...] con ciò soltanto è ristabilita l'innocenza del divenire". Sono questi i passi del Crepuscolo degli idoli in cui più riecheggia la simpatia di Nietzsche per Spinoza. 

Dunque "chaos sive natura"? La si può leggere così: l'aumento della potenza, destino a cui deve aspirare l'uomo nuovo, l'Übermensch, è possibile solo rimuovendo gli ostacoli che pretendono, del tutto illegittimamente, di limitarne la forza, lo slancio vitale. L'Übermensch è un frammento di fato, la sua potenza un dono del destino, egli è fisiologicamente necessitato ad emergere. E' in questo senso che pure il divenire è innocente, appunto perché necessitato, nessuna legge morale avrà il diritto di limitarlo: amor fati, compiere l'ultimo passo che impedisce all'uomo di ricongiungersi alla propria grandezza. In altre parole, per Nietzsche l'Übermensch è tanto più forte quanto più è lasciato libero di intercettare quel flusso vitale che lo eleva a cosa eccellente che si erge sopra la mediocrità, e questo lasciandosi pervadere dall'istinto come di chi nuota nella corrente.

Dalla celebre lettera di Nietzsche a Overbeck: «Sono pieno di meraviglia e di giubilo: ho un precursore, e che precursore! Io non conoscevo quasi Spinoza. Per "istinto" ho desiderato di leggerlo. Questo pensatore, il più abnorme e solitario che sia mai esistito, è il più vicino a me in queste cinque argomentazioni: egli nega il libero arbitrio, la finalità, l' assetto morale del mondo, il non-egoismo, il male. Anche se tra Spinoza e me restano enormi differenze, queste sono da attribuire soprattutto alla differenza dei tempi, della cultura, della scienza. Insomma la mia solitudine - che come capita in montagna alle grandi altitudini, spesso mi toglieva il fiato e mi faceva trasudare sangue dai pori - è ormai una solitudine in due». 

E io, come la penso? Personalmente rimango scettico circa la vera natura di questa forza vitale che dovrebbe guidarci verso la grandezza a cui siamo destinati, trovo un po' datato questa sorta di ottimismo romantico e disperato che getta letteralmente il cuore oltre l'ostacolo fino all'autodistruzione, una sorta di suicidio mascherato da atto di eroismo, come di chi va a sbattere la testa contro il muro ma con molto amor fati; per cui, dopo la scontata sbandata giovanile, non è un mistero che gli preferisca Schopenhauer e forse pure Spinoza, è il destino che me lo impone.