mercoledì 16 aprile 2014

Un amico filosofo neo-hegeliano, Diego Fusaro, si è fissato come obiettivo quello di trasformare il mondo, renderlo disponibile al mutamento, per questo ha sviluppato una filosofia dai forti connotati salvifici, una sorta di soteriologia. Possiamo e dobbiamo cambiare il mondo, il capitalismo vuole invece la vicenda storica dell'uomo come intrasformabile e giunta al suo termine ultimo, in quanto dominio pienamente asservito ai suoi scopi e cioè la riproduzione infinita delle merci. Il capitalismo è dunque «meccanismo di riproduzione illimitata del valore», crematistica fine a se stessa. Io con il tempo ho maturato invece una visione più neutrale, in quanto penso che il mondo sia già trasformabile di per sé, che ogni re verrà deposto, per cui non dobbiamo nemmeno fare la fatica di volere che cambi, che il capitalismo, eventualmente, verrà hegelianamente superato da qualche altra diavoleria moderna quando le mutate condizioni lo riterranno opportuno. Temo che questo farebbe di me un collaborazionista, un rinunciatario, un pericoloso fatalista che si astiene da ogni giudizio di merito civile e morale, ma non è così che la vedo. Intendo che la volontà di potenza, che sia la volontà del filosofo oppure del liberista, è il residuo di ciò che viene depositato a riva dalla marea, il particolato della storia, che tanto più ci condiziona quanto più crediamo di cavalcarla. Siamo vittima del nostro carattere e delle nostre passioni, le quali si incarnano per ciascuno di noi in una vena diversa, in un diverso filone di pensiero. Questo non vuol dire che voglio stoicamente rinnegare le passioni, questo no, casomai metteremo in discussione le correnti in cui abbiamo di volta in volta deciso di incanalarle. Personalmente io mi acquieto più nella noluntas, ma è questione di gusti se non addirittura di naturale decorso fisiologico. Forse è perché non capisco cosa ci può attendere dopo il capitalismo, la mia prudenza mi rende sospetto il semplice trasformare per il trasformare, l'agitare l'albero senza sapere cosa potrà cadere, se una mela o una colonia di vespe, lascio fare alla natura o almeno finché non sarò in grado di intravederne bene il frutto.

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