lunedì 21 aprile 2014

La ragione entro i limiti della semplice opinione. Si sa che il problema della morale in Kant è tutto racchiuso nel nobile tentativo di riedificare l'edificio morale privandosi dell'ingrediente principale e cioè di quella solida malta fornitagli per secoli dalla metafisica cristiana. Sembrerebbe impresa titanica, come impastare una torta senza fecola o farina. In sostanza, tolta la pretesa di ancorare le leggi morali all'arbitraria volontà di un dio e di una religione che intende farsene interprete, tolto il vecchio fondamento, per cui Kant, che era uomo di abitudini regolari persino nell'accingersi a fare una rivoluzione, si dedicò all'impresa di rifondare la morale pretendendo questa volta di ancorarla al criterio più oggettivo della ragione naturale.

«La religione in cui io devo, prima, sapere che qualche cosa è un comando divino, per riconoscerla poi come mio dovere, è la religione rivelata (o che esige una rivelazione): quella, invece, in cui io devo sapere che qualche cosa è un dovere prima che la possa riconoscere come un comando divino, è la religione naturale»

(La religione entro i limiti della semplice ragione)

Qui è chiaro l'intento, per cui risulta chiarissimo anche il celebre motto «il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me», reso col tempo obsoleto dall'altrettanto celebre «non esistono fatti, solo interpretazioni». Dice Kant: se non possiamo più accettare l'idea di una morale rivelata, cioè che comporta un'assunzione di fede, dobbiamo allora adeguarci più ragionevolmente a una morale «naturale», che è poi la morale della «semplice ragione». La ragione parla all'uomo con il suo imperativo, il quale risulta più naturale della stessa volontà rivelata, cosicché il cristianesimo finisce per divenire in prospettiva la vera religione naturale, i cui dogmi sono lo specchio delle verità morali secondo ragione.

Perché non possiamo più adeguarci a una tal soluzione? Perché in qualità di contemporanei abbiamo scoperto che il concetto di “naturale” può nascondere le stesse insidie insite nel concetto di “divino”, e cioè la possibilità che dietro ad esso si nasconda in realtà un fantasma, il fantasma del bisogno di stabilità, una pulsione fisiologica ancor prima che psichica (Nietzsche docet). Ecco per cui si diffonde quell'atteggiamento morale tipico della modernità in cui gli atti si giustificano in sé in ragione di un criterio positivo e non secondo un criterio naturale. La categoria del naturale si estingue quasi fosse l'eco di un vecchio trombone inservibile, l'ultimo dei giapponesi che combatte una guerra che non sa ancora di avere perso. Nemmeno più si è portati a pensare che la ragione abbia una qualche connessione con l'empireo o con Dio, il segno di una sua elezione nei nostri confronti, il segno della Sua intima presenza o della nostra sostanziale differenza rispetto al genere animale (l'uomo animale razionale, ecc.), ma che sia invece una funzione da tenere ben allenata se si vuole praticarla per il meglio, come la memoria o come il muscolo del centometrista o del maratoneta, modellato sulle necessità contingenti della disciplina che si vuole praticare. Senonché, liberata dal peso del vincolo naturale, la ragione ritorna ad essere "circostanziale", cioè vera solo date certe premesse o comunque strumento di questo o quell'argomento contingente, riviviamo in un'epoca di scetticismo, in una riedizione del sofismo come pratica utilitaristica della ragione, niente di nuovo o che non sia già stato precorso dagli antichi, ed è bene tenerlo a mente se si crede di avere raggiunto il culmine di un certo percorso di civiltà.