martedì 15 aprile 2014

Al punto II Malvino si chiede, per interposta persona, perché gli intellettuali non amano il liberalismo, o meglio, perché gli intellettuali in genere avversano il capitalismo, finendo per abbracciare l'ipotesi «rozza ma assai più appagante» di Robert Nozick per cui «gli intellettuali sono ostili al liberalismo perché le società che lo adottano non remunerano adeguatamente gli anni che essi hanno sacrificato allo studio». Può anche essere, ma non necessariamente. Vale per molti intellettuali quel concetto della filosofia hegeliana che si indica con il termine di “coscienza infelice”, per cui spesso il buon borghese o comunque l'uomo danaroso, lo scrittore e il filosofo di grido eventualmente ben retribuito da università americane, quasi sentendosi in colpa o per un puro slancio dell'animo o forse grazie alle sue spiccate doti intellettuali, si dica in grado di avvertire le insidie del capitalismo pur traendovi vantaggio. Adeguatamente pagati o meno, non sembra essere questione di riconoscenza, non sembra bastare l'esempio edificante ma soprattutto remunerativo dell'economia di mercato ben applicata al proprio caso personale a consolare l'irrequieto. Sono dunque portato a pensare che l'intellettuale generalmente avversi il capitalismo in quanto restio a farsi giudicare secondo il principio dell'efficienza e dell'utilità pratica (ma per dire questo basta un professor Bellavista o eventualmente anche un Galimberti). Per giunta se bastasse all'intellettuale farsi ben remunerare dalla società capitalista per convincersi incontrovertibilmente della sua validità, saremmo paradossalmente costretti ad ammettere come vero il principio marxiano per eccellenza secondo cui sono le forme della sussistenza che determinano le forme della coscienza, il che non è proibito ma sarebbe assai divertente.