domenica 6 ottobre 2013



La vita non ha alcun senso. Già all'età di diciannove anni, se ricordo bene, ero giunto alla conclusione che la vita non ha alcun senso e più nello specifico che non ha alcun senso vivere se poi ci attende la morte. Ero un esistenzialista ancor prima di interessarmi di filosofia, inutile ricordare che già da bambino perdevo regolarmente la voglia di giocare e di essere felice, perdevo il divertissement, e questo pur non avendo ancora davanti a me né il pensiero della morte né tanto meno quello di Pascal. Poi, finita la maturità, mi dissi che se la pensavo davvero così l'unica soluzione era il suicidio, ma non avevo il coraggio, ero curioso di vedere come sarebbe andata a finire, mi pareva uno spreco suicidarmi prematuramente, e poi non sarebbe stato bello per chi restava. Per cui, grazie all'idea indistinta dello spreco e di questo senso di responsabilità nei confronti di chi non avrebbe capito, sono arrivato fin qui e ora mi accorgo che oggi come allora la penso esattamente all'identico modo: che la vita non ha senso, che l'unica certezza è la morte. La morte è quell'argomento che in ultima analisi mi rende impossibile apprezzare la vita. Si dice: non pensarci. Non ci riesco. Mi sono sforzato di trovare argomenti migliori ma non ne ho trovati. Ora, più che l'idea dello spreco, mi dissuade la paura della morte. Per cui la mia vita si fonda oggi sul terrore di una cosa in sé ineluttabile, per nulla indistinta, anzi, ben presente nella sua essenza. A questo punto si cita Epicuro, ma la sua idea che quando ci siamo noi non c'è la morte e quando c'è la morte non ci siamo noi, lungi dall'essere consolatoria mi rende la cosa ancora più insopportabile (un tetrafarmakon scaduto). Mi sono trovato nell'impossibilità di darmi alla fede, credo di essere geneticamente incompatibile. Mi trovo nell'impossibilità di avere fiducia nella scienza, mi pare che non sia un rimedio abbastanza saldo, anzi, piuttosto estemporaneo e alimentante quello stesso terrore. E quindi? E quindi nulla, continuiamo a vivere senza senso nell'intima convinzione che non ne giungerà mai uno, finché un giorno morirò, come tutti su questo mondo, e io, voi e tutta quanta questa inutile pantomima del vivere si spegnerà per sempre e definitivamente senza lasciare alcuna traccia di sé e delle sue ragioni, viviamo in sostanza per perdere tempo e per occupare spazio e per lasciarlo libero, al momento debito. Se a questo punto vi ho tolto anche solo una briciola della vostra voglia di vivere sarei anche contento, significa che so ben argomentare. Un'ultima cosa: non sono per nulla convinto che la depressione sia da considerare una malattia, al contrario, è un eccesso di lucidità, e la questione per cui guarire significa sostanzialmente essere obnubilati, indeboliti nella propria capacità di vedere e di comprendere, non fa che confermare la poca opinione che ho di questa prevalente condizione mortale.

6 commenti:

  1. Pare che Cioran fosse un gaudente mondano.

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    1. Macchè, nemmeno la gaudente mondanità mi riesce, mi risulta avvelenata pure quella

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    1. Ma no, sono sempre così, solo che di solito non ne parlo

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    1. Oh, la pensavo allo stesso modo ai tempi di Mourinho, che sia uno 0-3 o un 7-0

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