lunedì 21 ottobre 2013

Allo stato attuale delle cose, la fisica teorica è quanto di più vicino all'ontologia e alla filosofia teoretica senza però procurare eccessivi sensi di colpa in chi se ne lascia affascinare, in fin dei conti, pur essendo queste teorie intricatissime, esse hanno pur sempre l'alibi di una coerente struttura matematica che attende l'eventuale conferma sperimentale. Leggevo poco tempo fa di quella teoria delle brane, nata in seno alla teoria delle stringhe, che ipotizza l'esistenza di un altro universo, spalmato anch'esso su una brana adiacente, distante da noi milionesimi di millimetri, per cui parlavo di possibilità di oceani alieni compenetrati nella nostra stessa realtà, "qui" ed "ora", così vicini e così lontani, nello spazio che in questo universo è solitamente occupato dalla mia stanza. Affascinante. Da ragazzo divoravo libri di fantascienza, gli Urania, i classici degli anni '50 e il ciclo della Fondazione, e più recentemente l'Hyperion di Simmons, in cui si narrava di questa casa in cui ogni porta, praticamente un teletrasporto, conduceva ad una stanza collocata su un pianeta diverso, una casa spalmata su più sistemi planetari, ne rimasi molto colpito. E sono rimasto ancora più colpito da quest'ultima teoria della fisica che vuole spiegarsi, fra le altre cose, l'insolita debolezza della forza gravitazionale rispetto a forze di gran lunga più intense, quali, ad esempio, l'elettromagnetismo. Vi sono attualmente degli uomini di scienza, fra qui Edward Witten, L'Einstein del nostro tempo nonché fautore della M-teoria, i quali ipotizzano che le onde gravitazionali che si formano in un universo parallelo possano oltrepassare il tessuto delle brane e giungere fino al nostro più attenuate ma influendo lo stesso sulle sue leggi fisiche, per cui nulla vieta di pensare che un giorno potremo comunicare con i nostri vicini di pianerottolo, i dirimpettai della brana accanto, attraverso una specie di segnale radio fatto di gravitoni. Insomma, noi siamo qui che ci danniamo l'anima da millenni per spiegarci il funzionamento della natura all'interno del nostro cosmo e loro ci vengono a dire che gli effetti che osserviamo in questa nostra dimensione, che abbiamo perlopiù sempre pensato come unica, forse possono avere come cause primarie alcuni fenomeni autonomamente generatisi in altri universi, completamente arbitrari e per giunta a loro stessa insaputa. Che fregatura. Paradossalmente, proprio ora che avremmo a disposizione una tale salva di spunti e idee di partenza, la fantascienza pare si sia arresa alla fantasy, che intimamente ho sempre ritenuto un genere a lei inferiore. Aridatece gli Asimov, i Van Vogt, gli Arthur C. Clarke e i Philip Dick, e ancora gli Herbert, i Douglas Adams e i Brian Aldiss (il quale mi risulta ancora vivo), mi mancano tantissimo: Hugo non deve morire*.