mercoledì 3 settembre 2014

In morte del postmoderno

Sembra suggerire che vi siano forze esterne che ci costringono alla vita, benché sia colui il quale ha trasmesso il suo ateismo nientemeno che a Federico Nietzsche in persona. Così, fra una rilettura e l'altra dei miei amati Maigret, ho riscoperto il piacere di Schopenhauer, che mi appare oggi come il più amichevole fra gli amici di penna assentatisi dal luminoso cerchio dell'apparire, quasi fosse Parerga e Paralipomena il più interessante dei blog che si possono ancora trovare su internet. Il tema del senso della morte rimane sempre centrale, a maggior ragione oggi che fra l'avanzata dei Califfati e le impreviste recrudescenze di una guerra fredda che sembrava ormai morta e sepolta, il mondo pare riallontanarsi da quella numinosa fiducia nel progresso che si intendeva acquisito e che aveva colto l'umanità in prossimità dell'anno duemila. E' tipico dei contemporanei di ogni epoca sentirsi all'apice del divenire storico, il top in fatto di avanguardia, si capisce dunque bene lo sconcerto che coglie i medesimi quando il mondo pare andare a scatafascio e il baratro imprevedibilmente s'affaccia all'orizzonte, quasi ci si senta defraudati della proprio diritto alla vita (diritto che invero non esiste o esiste solamente nella misura in cui si vuole che esista). Il postmoderno, con le sue utopie multiculturaliste e le sue interminabili disquisizioni sulla liberazione del desiderio può benissimo passare a miglior vita, abbiamo altro a cui pensare.