domenica 6 dicembre 2015

Kirkegór

Tu lo sai che Severino Kierkegaard (pronunciato kirkegór, con la seconda kappa leggermente aspirata) era un uomo che non poteva sottrarsi, per educazione e per tradizione familiare, dal credere fermamente nel Dio abramitico, e proprio in quel particolare momento storico in cui in tutta Europa si assisteva alla crisi del sacro, prodromo di quella morte di Dio che fu poi annunciata da Nietzsche. Un personaggio amletico, il nostro, roso da mille dubbi esistenziali, conscio che la nuova razionalità illuminista aveva messo in crisi la pretesa tomista di giustificare la fede per mezzo della ragione, e per questo si spese per considerare la fede come uno scandalo tutto compreso nell'irrazionale. Non a caso Kierkegaard non aveva troppo in simpatia gli aspetti esteriori del culto, la fede era una cosa seria, qualcosa che sconquassava l'essere dalle sue fondamenta e che poteva anche spingere alla rinuncia e alla dolorosa disillusione di certe aspettative sociali o aspirazioni affettive (e qui si inserisce tutta la letteratura riguardante Regine Olsen, la donna su cui volle fondare il tempio del suo rimpianto e il culto della sua malinconia). Con Kierkegaard siamo dalle parti del proto-esistenzialismo, ma declinato non edonisticamente. L'angoscia deriverebbe non già dall'assenza di Dio o dall'impossibilità di credervi, ma piuttosto dalla vertigine che coglie l'uomo di fronte alle possibilità infinite offerte dalla sua libertà (lo sgomento di essere liberi). Kierkegaard fu così fonte di ispirazione per le teologie negative del ventesimo secolo che consideravano Dio come il "totalmente altro" rispetto agli uomini, quell'incommensurabile differenza qualitativa che si rispecchierà poi nel concetto di differenza ontologica heideggeriana. L'essenziale è stato detto.