martedì 19 novembre 2013

Aut Aut

Avevo trovato certi maglioncini in pile made in Bangladesh con la cernierina sul davanti, comodi per la pancia, ottimi per lavorare, prendo la L. Mi assale un senso di angoscia e di vertigine assoluta, sono posto di fronte alla scelta, alla voragine infinita delle possibilità che si spalancano davanti ai miei occhi (è solo un camerino, stai calmo, solo un camerino). Tiro la tendina, faccio per agganciare gli appendini alle grucce ma questi cadono per terra, bum: qualcuno ha staccato il gancio, lo specchio è rotto (non siamo a Copenhagen). Ho messo su pancia, sarà per via dello specchio deformato (ma intanto non mi crescerà più l'unghia del piede, con un difetto così vistoso chi mi vorrà più, mi vuoi tu?). Questa libertà, che si rivela nell'angoscia, può caratterizzarsi con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto, l'uomo progetta di essere Dio ma questa aspirazione si risolve in uno scacco. Ora, vorrei capire che concetto di L hanno i sarti bangladesi, è chiaro che non mi sta, eppure il mio lupetto alla Sartre è una M! La mia terza massima fu di vincere sempre piuttosto me stesso che la fortuna, e di voler modificare piuttosto i miei desideri che l'ordine delle cose nel mondo (certo, certo, adesso sono io il problema...). Solo, difforme, povero: o la vita estetica o la vita etica (me la incarti pure che la do al cane).