domenica 22 febbraio 2015

L'affaire Paoli

GENOVA - È il gennaio del 2014 e Gino Paoli ha una sola preoccupazione, non sono i soldi: è la sua immagine. "Non voglio che si sappia che ho portato soldi all'estero" registrano le microspie piazzate nello studio del suo commercialista. E la moglie Paola Penzo cerca di aiutarlo: "Bisogna nascondere bene le carte in un posto sicuro", chiede al fiscalista Andrea Vallebuona. Repubblica.it

Ora, Gino Paoli è amico di Grillo, il quale ha intimato ai suoi di stare a cuccia preso da improvviso singulto garantista (gli avrebbe pure telefonato per scusarsi, che le sue falangi hanno pestato una merda), ma Repubblica è nemica giurata di Grillo, per cui non esita ad affondare il colpo su Paoli, il quale, pur essendo icona di una certa sinistra salottiera affetta da nostalgia dei favolosi anni '60, deve comunque pagare pegno perché à la guerre comme à la guerre, e non si fanno prigionieri. Di questo passo ci resterà solo Jovanotti, sul quale possiamo mettere la mano sul fuoco. Personalmente ho perso per strada l'afflato moralista, per cui non giudico il povero Paoli il quale ci è finito in mezzo, solo vorrei far notare come spesso la dimensione pubblica diverge di molto rispetto a quella privata, che per attaccare l'odiato Berluscone volentieri ci si mostra inflessibili davanti al mondo per poi ritrovarsi più possibilisti nell'intimità. Sempre che questo articolo di Repubblica non sia pure lui un falso, che ci sia dietro qualche macchinazione dei poteri forti, che so, la massoneria renziana impegnata a sostituire nel pantheon dei cantautori di riferimento Gino Paoli con Malika Ayane o cose del genere.