venerdì 19 giugno 2026

Il grosso problema della morale in Kant

Comprendo il senso dell'imperativo categorico, comando morale assoluto, incondizionato e universale, che impone di compiere un'azione per il solo fatto che è giusta in sé, senza dipendere da alcun fine personale o pratico, tutto giustissimo, infatti una morale che avesse un qualsiasi secondo fine sarebbe già interessata, l'azione morale deve essere mossa dalla virtù morale in sé, libera da qualsiasi ipotesi di utilità o di vantaggio, altrimenti è un legno storto, ma data la mia ascendenza postmoderna (siamo tutti figli del nostro tempo) dietro a ogni sentimento morale non posso evitare di scorgere un particolare interesse, una particolare utilità se non altro psicologica, e allora l'imperativo categorico kantiano mi rimane un concetto astratto, come un bel soprammobile o come un nudo accademico (la nuda verità), formalmente perfetto, sostanzialmente vuoto. Ma forse Kant voleva mostrare proprio questo, non la normatività in sé dell'imperativo, quanto quel che dovrebbe essere considerato come morale. Kant è il cantore dei bei concetti astratti, del noumeno solamente considerabile ma non sperimentabile, un idealista puro, non nel senso hegeliano, nel suo senso tutto trascendentale, che trascende l'esperienza. Dice appunto Kant: visto che non siamo né del tutto santi né del tutto razionali, la morale non ci viene come un fatto naturale (non funziona in noi come una legge della fisica) ma ci si presenta appunto sottoforma di imperativo della ragione che si deve imporre sulla volontà: imperativo categorico solo in concetto, non categorico di fatto. Un po' traballante ma Kant è così, la morale gli si era messa di traverso come un boccone indigesto, e a voglia di ruminare, proprio non c'era verso di ingoiarlo.

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