sabato 29 aprile 2017

Gramsci

Questo è un breve invito a distinguere le vicende personali di Gramsci dal suo effettivo valore politico e filosofico. Sulle vicende personali, per carità, non è bello essere stati prigionieri politici del fascismo e su questo siamo d'accordo, che poi per questo Gramsci sia diventato un'icona di sinistra, come il Che, e soprattutto icona antifascista, quello è pure naturale e nemmeno qui nulla da eccepire, dopodiché cominciano le magagne e la magagna principale sta nel suo essere marxista. Certo il marxista dirà che proprio in quello consisteva la sua grandezza, ma noi che non lo siamo questa grandezza non la cogliamo. Il concetto di egemonia culturale, la sua arguzia sociologica, il suo slancio idealistico, tutto molto bello, ma poi sempre funzionale allo schema marxista della lotta di classe, della rivoluzione più o meno permanente, del feticismo dell'etica inteso come necessità di indottrinamento delle masse popolari incolte (l'indottrinamento capitalista no, quello mai, quello marxista invece sì per qualche ragione legata a una non meglio definita futura felicità del genere umano finalmente liberato dai rapporti di classe: e chi te l'ha detto che saremo più felici?). Quando leggo le battute del "Gramsci che oggi si rivolterebbe nella tomba" riferite all'Unità, il "giornale fondato da Gramsci", io dico: ma per fortuna che l'Unità non è più gramsciana, sarebbe più a sinistra del Manifesto, farebbe campagna per i grillini. Dopodiché comprendo che esista anche una forma di sentimentalismo nell'adorazione del santino, non si può discutere, sarebbe come parlar male di Richard Wagner ai wagneriani o di Giuseppe Verdi ai verdiani, e perciò qui mi fermo perché contro il tifo ragion non vale. (Usi perniciosi del concetto di egemonia culturale in Fusaro: l'egemonia culturale capitalista ci vuole tutti gay e contro natura).